Il realismo in musica non può mai essere soltanto naturalistico, così come non può essere idealistico o narrativo soltanto. La rappresentazione della configurazione energetica del mondo che la musica ci procura ha talmente tanto a che fare con la realtà metafisica da bastare a sè stessa, al contrario di qualunque sofisticata verbalizzazione, o immaginazione, o esposizione paradigmatica dell’esistente. La musica risuona della stessa sostanza di cui la realtà è composta.

Like a Slow River – Lull – 2010
Chiaroscuro – Ralph Towner – Paolo Fresu – 2010
Michael Stearns – Encounter – 1988

Cloudlands – Aqua Dorsa – 2009
Environments – Future Sound of London – 2007
Frontier – Robert Scott Thompson – 1998

Ci sono musiche che intendono trascendere l’esistente, che si svolgono imperterrite in regioni di là da venire. Sono lì a definire un futuro possibile, una regione immaginaria, un sentimento che nell’esito raggiunto dall’autore (e dagli esecutori, quasi mai l’esito era tutto quanto nelle intenzioni dell’autore) può assumere una consistenza ed una profondità destinate a mutare la realtà stessa. Sono musiche insinuanti, anche se mai imperative.

Music for films II – Brian Eno – 1983
Land of the midnight sun – Wendy Carlos – 1986
Atem – Tangerine Dream 1973

Swarm of Drones – 1995
Second Site – Paul Schutze – 1997
Substrata – Biosphere – 1997

Altre sono musiche che si limitano ad abitare spazi più ridotti, più raccolti. Sono opere meno cariche di pretese, quindi attese, e destinate ad una facile riduzione a contesti narrativi, naturalistici. Spesso, nella vita reale, le cose si mescolano un po’, è facile travestire la musica: qualche trucco costumistico di stile, un po’ di mimica, una falsa enfasi spostata ad ingannare. Noi dal nostro punto di ascolto privilegiato ce le godiamo volentieri tutte quante, queste artificiose distinzioni.

Under an Holy Ritual – Alio Die – 1992
the River of Appearance – Vidna Obmana – 1996
Soil – Terre Thaemlitz – 1995
Zamia Lehmanni – SPK – 1992
The Magnificent Void – Steve Roach –1996
Electric Ladder – Robert Rich – 2008
Lost Terrain – Jeff Greinke – 1992

La musica è la struttura più determinante che si possa immaginare. Ciascun regolamento politico è vuoto e risibile senza una vera struttura musicale. Ogni discorso inutile se fuori tono o fuori tempo, ogni progetto ideologico, pratico, economico è incapace di compiere un solo passo senza una linea tonale, una concertazione armonica, un andamento calibrato. L’universo intero sarebbe indifferente ai mondi, senza una ricomposizione continua.

Jon Balke/Amina Alaoui – Siwan – 2009
Max Richter – Blue Notebooks – 2004
Last Night the Moon Came Dropping its Clothes in the Street – Jon Hassell – 2009
The Allman Brothers Band at Fillmore East – 1971
Songs Of An Other – Savina Yannatou – Primavera in Salonicco – 2008
Cartography – Arve Henriksen – 2008
Holon – Nik Bartsch’s Ronin – 2008

Più che recensione editoriale di novità discografiche questa vuole essere una indicazione di quelli che, nella nostra sfera di interesse, sono dei piccoli classici. Che significa che ciascuno di essi guida dolcemente verso l’altro, in un percorso tutto da definire e che si fonda solo sulla capacità che queste registrazioni hanno avuto di durare, di mantenere penombra e mistero in cui sembrano continuare a crescere, per ripresentarsi sempre nuove ed intriganti.

The Promises of Silence – 1993
Venice – Fennesz – 2004
Stimmung – Karlheinz Stockhausen – 2007
Englabörn – Jóhann Jóhannsson – 2002
Bright Red – Laurie Anderson – 1994
Acadie – Daniel Lanois – 1990
Remain in Light – Talking Heads – 1980

Nel tempo, ogni nuovo gruppo ha dovuto misurarsi con una consuetudine, di mercato ma anche di stile, sempre più gravosa ed ingombrante. Il talento giovanile, basato su una candida incompetenza ed una energia spesso mal diretta, rischia, nei casi meno fortunati di infrangersi sugli scogli della percezione pubblica, delle regole di programmazione e diffusione. La domanda, da parte di agenti ed editori, riguarda la novità all’interno di parametri di mercato chiari e noti. Occorre, per innovare, un ampia base allargata culturalmente in termini di nozione e consapevolezza, solidità e flessibilità. Tutto molto improbabile.

Music is Rotted One Note – Squarepusher – 1998
Park Hotel – Alice – 1986
Symphony No.3 – Henryk Gorecky – 1976
Misterious Skin – Robin Guthrie – Harold Budd – 2004
Persian Surgery Dervishes – Terry Riley –1972
Future Days – Can – 1973
Deep Space – Jah Wobble – 1999

L’innovazione in musica è solo intelligenza in atto: il processo di adattamento ad un ambiente mutato, a sostegno di una tesi che non può che rimarcare i punti essenziali della comunicazione umana attraverso il fare musica. Ci sono punti di connessione rilevanti e chiari tra opere apparentemente slegate da semplici questioni di stile. L’affermazione di un musicista che suona stando ben piantato per terra, con la necessaria testa fra le nuvole non può che essere una sola, perchè uno solo è il musicista, eclettico e trascendente, una sola la voce umana, nel tempo ritmato su linguaggi diversi, su modi e strutture sempre mutevoli eppure sempre le stesse.

We’ll Never Turn Back – Mavis Staples 2007
Prezens – David Torn 2007
Rock Bottom – Robert Wyatt – 1974
Lost in the translation – Bill Laswell – 1994
Cydonia – Orb – 2001
The Monstrous Soul – Lustmord – 1990
Geographies – Hector Zazou – 1990