La manipolazione, anche estrema, del materiale musicale registrato è una tentazione che rende lo studio di registrazione un vero e proprio strumento musicale, che esige tanta tecnologia quanta maestria, tanto senso del ritmo quanto della brevità, della sintesi, della concisione. Elaborare in studio di registrazione significa togliere, aggiungere, filtrare ed espandere quasi si trattasse di una forma di scultura, che comunque modella e scolpisce il suono in un processo quasi illimitato, tipico dell’immaterialità.

Tecnologie limitate implicano una maggiore necessità di maestria, forse, di sicuro non sono le possibilità ad essere poche, una volta tolta di mezzo qualunque banale idea di “alta fedeltà”. Maestri di mezzi poveri furono certamente i jamaicani, capaci di cavare il proverbiale sangue dalle tecnologie elementari, adoperate fino all’osso, aldilà certamente di qualunque uso prudente da libretto di istruzioni. L’esempio precorse i tempi e fu gravido di conseguenze internazionali, che ancor oggi fanno testo.

Se Osbourne “king Tubby” Ruddock non fu il primo produttore creativo jamaicano, fu senz’altro quello che diede la spinta maggiore in termini di impegno, azione e prolificità a quella speciale attitudine che qui vogliamo esaminare: il particolare modo di manipolazione di materiale già registrato, tipicamente per usi più commerciali, al fine della definizione di una tessitura nuova, inedita ed enormemente più complessa, attraverso i processi tipici dello studio di registrazione.

Messa insieme alla follia naive di Scratch Perry, la competenza “scientifica” di king Tubby generò, dalla fine degli anni sessanta, una onda di consenso immaginifico, totalmente basato sulla sua pratica quotidiana di Dj da strada, che diede luogo alla fondazione del suo primo studio di registrazione vero e proprio in cui le migliori orecchie locali presero a convenire. Una serie luccicante di assistenti collaborò con Tubby alla esercitazione del mix più veloce immaginabile, che divenne remix e manipolazione sempre più avventurosa.