Sulla natura del silenzio non si ragiona mai abbastanza. L’igiene mentale non può prescinderne, qualunque identità è profondamente legata ad essa, oltre che qualunque lingua, qualunque modo di espressione udibile. Dal silenzio, dalle brume del possibile, emerge l’esistenza; dalla pausa, dal vuoto di clamore, di brusio, di ciancia, nasce il significato di qualunque umanità. Dal silenzio il suono emerge come una fiamma, il cui combustibile è ignoto.

Per muovere dal silenzio, per avvicinarci ai modi rappresentativi della musica, dobbiamo attraversare uno spazio complementare, laterale ma nondimeno essenziale nella esperienza uditiva: il rumore. Una dimensione ulteriore nella poesia sulla quale dobbiamo esercitarci: il rumore è ciò che ancora consideriamo sgradevole, sul quale dobbiamo sostare fiduciosi. Il rumore è la natura informe.

La funzione del rumore è abbastanza palese nella costruzione di oggetti musicali, ne rende in qualche modo più deliziosa la dolcezza, arricchendo e completando l’esperienza. Io immagino lo spazio ideale per l’ascolto della musica come esposto ad un’alea discreta, inaspettata, rumorosa appunto. Inoltre: tendiamo a definire rumore il suono a cui non siamo ancora abituati.

Ben più complesso è immaginare, ed anche intendere, trovare, la giusta dimensione del rumore. Credo che possiamo immaginare anche questo, senza esclusione e preconcezioni, in un modo in cui possa entrare un confortevole azzardo. Potremmo adoperare il rumore come contesto prearmonico, come gesto di presa d’atto, constatazione della natura delle cose, su cui poggiare il nostro atto creativo, terapeutico.

Nella pratica del silenzio, nell’assenza di moto esteriore della meditazione, l’esperienza del rumore ha un senso nuovo: esso si svela per quel che è, pura entelechia sonora. Per quanto la tensione dell’orecchio interno sia difficilmente registrabile, essa è una realtà importante. La corretta funzionalità del delicatissimo equilibrio fra membrana del timpano, incudine, staffa e martello è soggetta alla stessa tensione indicibile del collo, del fegato, del cuore.

Quando pensiamo all’esperienza sonora commettiamo l’errore di considerarla oggettiva, quando essa è il prodotto della relazione tra il nostro sistema percettivo e l’ambiente, essendo il suono al centro della scena solo un pretesto. Di questa relazione, spesso terribilmente sfasata, ci occupiamo meno spesso di quanto dovremmo, tanto che l’intero nostro paradigma ideologico, non tanto relativo a ciò che udiamo ma a come udiamo, ne può venir corrotto.