La qualità principale che queste musiche panoramiche, paesaggistiche, che illustrano sfondi impersonali come fossero scene complete, ponendo l’enfasi su racconti irrisolti la cui trama riempie tutto lo spazio ed il cui protagonista non è mai arrivato, è la profonda intimità che contengono. Possono essere sottili e fragili, al limite dell’inaudibile, prive di struttura ritmica apparente, quando essa si dilata in un tempo più esteso dell’abituale, oppure grandemente cosmiche, a rammentare l’universo che si scuote, come nel caso di questo formidabile disco.

Il suono del rock è giunto a maturazione compiuta con Jimi Hendrix, i canoni sono stati descritti, la pasta materica definita, le decorazioni massimaliste puntualizzate: dopo, ogni cosa è stata esercizio manieristico. Jimi Hendrix è stato il celebrante, l’architetto e il capro espiatorio di un rito rock che somigliava alla più pura delle religioni. Ha raccolto intorno a sè l’attenzione di ogni astante, affinchè il rito colossale potesse avere luogo, su di sè molta speciale energia proveniente dai fondali, senza mai affermare sè stesso in modo egotistico.

In quel momento, quando la Fender Stratocaster di Jimi Hendrix collegata al grosso amplificatore di Jim Marshall diede vita al primo, esteso feedback, a causa del volume eccessivo, della prossimità dei due, della presenza di numerosi angeli, il rhythm’n’blues mutò in Rock, Hard Rock, Heavy Metal.

In questo lavoro, che è il momento massimo del breve arco della sua vita, ogni elemento è a posto, connesso con tutti gli altri elementi necessari. Ed è lo spazio, articolato come fattore essenziale del suonare, ad essere manovrato, piegato alla composizione in modo inedito, profondamente innovativo.

Sempre, intorno all’espressione di un serio riformatore della tradizione c’è il vuoto. Spesso la riforma troppo avanzata nemmeno riesce, essendo impercettibile per tutti, ed i suoi elementi si spargono nel mondo, in attesa di essere raccolti da una nuova onda geniale, o perduti per sempre. A volte, intorno ad un serio riformatore della tradizione ci sono ascoltatori.

Spesso, nei pressi dell’altare della riforma si trova un rogo, sul quale qualcosa va bruciato: vecchie chitarre, costumi di scena, comprimari degli oppositori. Talvolta, alla fine dellla fiera si brucia il riformatore stesso, a favorire l’igiene psichica e per restituire allo stesso un mondo migliore in cui vivere. Così terminò poco dopo la vita del nostro, a dar la stura ad un’epica congetturale. Ci rimangono questa manciata di dischi ed uno stuolo di epigoni non sempre mediocri.