Come immaginare una voce maggiormente al passo con il mondo, in questi tempi postnucleari in cui siamo sommersi di segnali umani confusi nella tempesta acustica delle onde indipendenti? Come darle un aspetto, un colore ed un decoro, se non accogliendo le affermazioni chiare e luminose di questa bionda italiana londinese che maneggia la sua Telecaster come se il tempo non potesse darle che ragione? Come se la nostalgia che a volte proviamo fosse una malattia mentale.

Non si può parlare di questo disco con i mezzi datati di cui dispongo io, meglio lasciarsi sommergere dal suo timidissimo organetto katakhali, dalle ritmiche ingenue e dai convenzionali cori. Meglio lasciarsi spiazzare dalle mosse spregiudicate delle sue spalle, dei suoi piedi leggeri. Prendiamo atto del fatto che questi ragazzi non hanno bisogno di tradizioni che conoscono quanto e meglio di noi, consideriamo con premura la loro soluzione a problemi che erano i nostri, e che loro sbrigheranno meglio di noi.

Va bene, una indicazione ve la do: se il giovane Buckley fosse rimasto un momento di più al Sin-é, se avesse continuato a farsi pagare in buoni pasto per qualche mese soltanto, avrebbe forse raggiunto il livello di soavissima ruvidità di questa figlia del filo spinato. Invece si può contare soltanto sulle perversioni femminili, quando si tratta di illustrare la vera umanità nelle sue nuances maggiormente evocative.

Qui viene messa a frutto una tradizione illecitamente maschilista ed abusiva, ogni questione di genere salta e viene ridicolizzata, finalmente. Ascoltate il suono di un acciaio morbidissimo, radicato nelle Lousiana swamps quanto sui marciapiedi di Brixton, destinato a togliere di mezzo ogni obsoleta formalità discografica anche più di quello di Lady Gaga. Ascoltate i suoni della laringe di velluto blu che attraverserà questo inaudito momento storico come neanche Christa Päffgen riuscì completamente a fare.