Irrisolvibile la diatriba che vede opposti i conservatori e gli innovatori, in musica. Mentre la stampa specializzata ancora registra difficoltà da parte del pubblico pagante, che a tutt’oggi deve misurarsi con la secessione viennese e con le dissonanze “moderne”, andrebbe forse tutto spostato su quella inevitabile disparità che si trova tra un compositore e l’altro, in termini di competenza e forse anche di credenziali, certamente di consistenza e impegno.

Il problema per Michael Stearns non sembra mai essere stato le credenziali: perfetto il suo curriculum accademico, impeccabile la sua tecnica compositiva, orchestrativa, esecutiva infine. Pure la sua avventura nell’orizzonte davvero contemporaneo, quello nel quale è obbligatorio rappresentare le cose come stanno e non soltanto come si vorrebbe che fossero è imprescindibile. Esemplare la sua dedizione all’epoca ed alle vere necessità dell’ascoltatore.

Non è affatto facile misurarsi con il lusso da cartoon hollywoodiano, con quella dimensione raffinata e pure scafata in cui i milioni si muovono veloci e imperativi. E’ stato un problema per Stokowsky, ma anche per Copland e perfino per Stravinskji, che con le produzioni lussuose si sono misurati, nel tentivo di allargare contratti e retribuzioni. Stearns vive di  proventi di questa specie e non si preoccupa di diventare famoso o più ricco. Una soluzione elegante e discreta la sua, che gli procura naturali vantaggi.

Quello di Michael Stearns è un suono estatico, pulitissimo e levigato, le sue trame cifrate sono calcolate e rifinite. Finirebbe per essere irritante se non fosse invece un processo di ordine e pulizia, il suo, in questa ipotesi ambientale in cui lo consideriamo un vero pioniere. Solo Wendy Carlos è stata altrettanto capace di conciliare i mondi, di intuire trame ricchissime di semplicità e di altrettante complessità amabilmente risolte. Ambedue han trovato il modo di integrare economia di esercizio e compromissione con il gusto pubblico. Ambedue sono deliziosamente occulti.