Ama addentrarsi in una dimensione colossale, il signor Robert Scott Thompson, mentre il soffio del suo iperstrumento rende esemplare il sentimento più mercuriale del nuovo millennio. Riassume intatto il motivo principale che queste composizioni esigono, questo lavoro, proprio mentre ne precisa il vocabolario, con una pulizia e competenza che non sono sempre obbligatorie, ma che confortano la difficile stanza, la nostra vaga residenza in questi luoghi privi di confini, privi di indicazioni leggibili facilmente.

Nessuno spazio per la controversia qui, il sole brillante della costa ovest illumina anche la ricerca più astratta, specie quando consente ad una ipotesi così cristallina di assestarsi nei meandri tortuosi della composizione non narrativa. L’approccio profondamente qualificato alla composizione comme il faut, l’economia di esercizio, la mancanza di inutili complicazioni indicano la presenza di un clima sereno e ben strutturato, cosa che rende queste bellissime sonatine ancora più sorprendenti. Tanto insolito, questo clima per noi, quanto promettente.

Ci esercitiamo così spesso con il suono della terra, della sabbia, dell’acqua, che rischiamo di dimenticare il suono dell’aria aperta, delle sottili brezze marine, delle gioiose distese senza confini. Ecco il modo di ricordare il delicato ed esteso riverbero delle praterie cariche d’erba e silenzio, in cui ciascun rumore viene diluito, spianato, reso irrilevante e disperso. Ecco ancora il senso di un orizzonte elettronico e perciò incorrotto, lucidamente intelleggibile quanto godibile. Possiamo avvertire il fremito del pianeta deserto, della vita segreta dei campi di grano, sullo sfondo il cielo terso, mobile e sonoro.

Credo che soltanto Wendy Carlos si sia spinta così lontano su terreni imprendibili, su vuoti topografici così estesi. Forse l’insidioso campo immaginario su cui intendiamo vivere, insieme ai nostri compositori favoriti, è davvero troppo sfuggente a volte, e così poco rassicurante da farci desiderare cartografi competenti, geometri multidimensionali dotati di una sapienza indecifrabile, ma chiaramente avvertibile. Non c’è lo smarrimento di Steve Roach qui, piuttosto si sente la vicinanza di Harold Budd, del suono dei suoi telegrafi nel deserto. Forse il futuro di queste musiche sta tutto nell’acquisizione di queste abilità.