Spesso immaginiamo la musica come un viaggio, magari come un giro di giostra, di sicuro misuriamo un qualunque atteggiamento compositivo sulla nostra esperienza intelligente. In realtà il flusso musicale nell’Europa del XX secolo ha perso molte delle sue qualità narrative, dando luogo progressivamente a meditazioni più semplici sulla definizione stessa di spazio e di tempo. La semplice alterazione delle categorie percettive, quando sia importante, è sufficente per mutare ogni sensazione, ogni sentimento.

Sono le onde liquide di una dimensione non più umana queste di Lull, e pure restano estremamente terresti, tangibili nella loro sottigliezza. Sono forse onde che attraversano sensi allenati soltanto, ma contribuiscono alla corrente linfatica, alla segreta rete di liquidi seminali, sono onde che mutano ogni cosa, differenti in ogni momento. E sono onde osservate dalla riva, l’incessante fluire di un corso senza il pensiero di una destinazione: non c’è un obbiettivo, piuttosto una semplice stasi dinamica.

E’ una finissima varietà quella che distinque questo movimento, in cui nessun ascolto sarà mai uguale al precedente. Tecnicamente immoto, diretto in nessun luogo, questo fiume corrisponde a panoramiche estese, ad un tempo che si misura in eoni. Immergirvisi è salvifico, il risultato estatico. Nessuna delle funzioni ordinarie scivola più automaticamente, i parametri saltano, ci troviamo ad attraversare un mondo nuovo, soltanto mercè un attento ascolto.

E’ un contributo indispensabile alla nostra salute di esseri multidimensionali questo, simultaneamente vivi in mondi diversissimi, di cui siamo consapevoli solo in parte finchè l’azione artistica, che è per forza terapeutica, non ci restituisce molta parte di noi stessi. Miriamo alla riunione, qui. Chè tutte le parti di noi sparse nei mondi sono necessarie per una corretta nozione di noi stessi, non più una somma di caratteri e personaggi, ma un’unica forza vitale.