E’ un disco bellissimo questo qui, come qualunque appassionato si aspetta. Questo vecchio e ricchissimo hippy sembra ancora sapere perfettamente il fatto suo, nonostante l’evidente perdita di salute e di entusiasmo, e continua a organizzare raccolte di canzoni completamente rilevanti. Ma è anche un disco importante, mentre se ne esce in un tempo carico di suoni meno idealistici e forse più seducenti per i palati fini della fantasmagoria pop. Lo è per tante ragioni, alcune delle quali meno sospettabili, di sicuro lo è per una scelta produttiva profondamente e radicalmente innovativa, che sintetizza il meglio della semplicità acustica e della illimitata stratificazione tecnologica, mantenendo quella che è la suprema aspirazione di qualunque progetto artistico: la riconquista dell’innocenza.

E’ stato un processo di purificazione tutto il lavoro compiuto sugli archivi, dallo stesso Young, in questi anni dolorosi e finali. Ne è emersa una percezione del proprio lavoro, e di sè stesso, molto diversa da quella elaborata in tanti anni di mitologie e santificazione forzata. Ovvio che il pubblico degli ascoltatori di Neil Young sia invecchiato con lui, ma forse apprezzare questa serie di canzoni è più facile per chi si trovi ad avere vent’anni oggi. Una tale qualità di intelligenza, emersa dalla rivolta a decenni di depressione e una tale quantità di esperienza, emersa da una vita tanto celebrata quanto incompresa, non potrebbe risplendere che in questo suono arcaico, incrostato e deliziosamente raffinato. Apprezzare questa mutazione è più facile se ci si toglie di dosso la giusta quantità di pregiudizi come imposto dallo stato delle cose attuali.

Responsabile di questa brillantissima strategia di comunicazione è il nostro amato Daniel Lanois, il quale, felicissimo di occuparsi della produzione del suo connazionale, gli ha suggerito modi tecnologici che sono di perfetto complemento alle intenzioni dell’autore. L’idea originale, un album acustico nella più pura tradizione folk blues del nostro, è stata accantonata in favore dell’uso della Gretsch White Falcon con le uscite separate posseduta fin da ragazzo, dell’antichissima Gibson Black Beauty con il piccolo Firebird al ponte che sostituì l’originale P90, con tutto l’armamentario delle folli cavalcate Hendryxiane insomma, come in un incrocio fra After the Gold Rush e Dead Man, proprio quel che ci mancava così tanto.

Non c’è niente di più adatto di queste ossute canzoni al trattamento ambientale escogitato apposta, niente di più fine dell’architettura Lanois per realizzare il giusto contributo. Non c’è nulla di semplice nel trattamento della piccola Guild acustica di proprietà del padrone di casa, tranne la risonanza familiare ed intima che esso procura, in uno sfavillante processo che Mark Howard ha compiuto insieme al suo principale durante i lunghi anni passati con i veri maestri della composizione contemporanea. I meandri dello studio di Silver Lake sono attrezzati con il meglio di ogni generazione tecnologica, proprio quel che ci vuole per lasciare in pace l’anziano contadino delle pianure gelate mentre da forma compiuta alle sue meditazioni su guerra e pace, su speranza e redenzione, grazie alle melodie delle grandi praterie e alla più pura energia elettrica.