Quando Dirk Serries, il nostro avventuriero delle terre basse, decide che è tempo di occuparsi delle strutture più aeree, riesce anche a fare meglio di qualunque suo conterraneo pratico di luci speciali, delle infinite serate estive così come delle lunghe notti invernali. Riesce a suggerire lo splendore di un orizzonte tremante, di acque azzurre ed impercettibili.

Qui la dimensione è celeste, in effetti, e prescinde da ogni tenebra, descrivendo cerchi perfetti in una terra incognita della quale intendiamo procurarci cittadinanza. Osserviamo la costruzione di una fauna indistinta, non ancora vertebrata, che promette la riconsiderazione di assunti corrosi, la ridefinizione della catena alimentare, alla luce di un cielo aperto.

Noi amiamo fluttuare in un luogo sconosciuto, nel quale i nostri pregiudizi funzionano poco e male. Intendiamo indurre i metalli pesanti a seguire la gravità, nuotando in un’acqua cristallina. Per farlo abbiamo bisogno di un’organizzazione che ci procuri le vasche, oltre che il flusso corretto dei liquidi. Abbiamo bisogno di un calore che induca i fluidi nella direzione voluta.

Per fluttuare abbiamo soprattutto bisogno di smettere, di sospendere l’abituale processo del pensiero immaginale, oltre che la successione dei gesti. Poggiati su questi archi sonori abbiamo accesso ad un percorso sempre auspicato, quello dell’alleggerimento, dello scarico di tensione e rigidità. Tale e tanta è l’aspirazione qui contenuta che non possiamo che seguirla.