Delizioso, questo modo che Jóhann Jóhannsson ha di porgere una musica da camera irrilevante, indistinta, del tutto aerea. Le piccole sfaccettature di luce nordica di cui si occupa hanno una serenità interna tanto importante quanto la loro forza. Musica per adulti che sanno comportarsi come bambini, questa, esempio di una civiltà superiore e matura. Nessuna falsità, nessuna leziosità. Solo un intero mondo luccicante e confortevole.

Ha un carattere così intimo, questa serie di appunti per il teatro che è stata saldata e montata a divenire il primo album solo del nostro scandinavo esegeta di Catullo. Intimo tanto quanto evita di essere ostentatamente personale. E’ forse un andamento tipico delle azioni intraprese a teatro, nelle quali il set è un ambiente meditativo ma anche estremamente reale in cui le pulsioni e le espressioni troppo personali sembrano così desolatamente fuori luogo.

Invece, alla ricerca di una elusiva narrazione, ci si perde volentieri in un contesto tanto impeccabilmente formale quanto astratto. Ah, le gioie di questa arte della registrazione tanto illusionistica quanto definitiva. Sfugge ogni trama drammatica, nel contempo ogni volo pindarico viene riportato a miti consigli: ah, le dolcezze del disimpegno commerciale. La rinuncia ad una narrazione conclusa libera istinti animali, per quanto si tratta di animali docili qui, ed estremamente ben educati.

Perfino il gelo connaturato al carattere ha le sue fascinazioni. Mi piace considerare completamente europea questa nuovissima inclinazione ad un linguaggio già udito, eppure completo, che ha radici profonde e si lascia andare ad un gioco vagamente insidioso. Talmente tanto veloce il modo in cui questa musica così marginale raggiunge il mio ascolto che inevitabilmente ammetto la sua familiarità, anche climatica, anche coloristica, chè il mondo in cui viaggio è così esteso.