Non è che sia proprio il suono del futuro in sè ad interessarmi, non soltanto. La qualità che cerco in un opera, anche in quelle apparantemente piccolissime e private come questa, è piuttosto quella di un sentimento fermo, attuale e sperimentato. Specie se il produttore è autorevole, i musicisti stagionati, l’ansia di affermazione giovanilistica assente.

Voglio che il suono che ascolto mi aiuti ad accettare quel che ho di fronte, a sostenerlo e difenderlo, che renda possibile, per me intimamente, un allargamento del mio spazio vitale, del mio impulso al prossimo passo. Non mi interessano affatto le musiche programmate, stabili, positive. La mia necessità sta tutta nel potervi partecipare come parte integrante.

Daniel Lanois ha fatto uscire questo disco a quarant’anni, dopo un decennio passato a raffinare il suo tocco e a ridefinire il suo intento. Lo ha composto nella calma e nel silenzio che il suo lungo apprendistato gli ha portato, e lo ha riempito di piccoli gioielli acustici, carichi di luce nordica e sapore cajun. Si è permesso accompagnatori lussuosissimi quanto ignoti, fini quanto marginali.

Ora, vent’anni dopo, in conclusione di una luminosa carriera in cui ciascuno dei suoi talenti è stato riconosciuto con gratitudine, Acadie riemerge dagli scaffali con una puntualità speciale. L’aggiunta di White Mustangs e altre perle accessorie lo rende anche più completo e indispensabile. Posso ricostruire i miei vent’anni appena passati, nell’ombra luminosa di questa riedizione, e goderne i frutti.