Spesso le raccolte, volute da curatori che presiedono alla direzione artistica di etichette impegnatissime nella ricerca, contengono tesori inottenibili in altro modo. Proprio nella insolita sequenza degli eventi, autori apparentemente poco connessi si svelano nella loro familiarità, consistenza, compatibilità. Di certo è questo il caso, emerso dagli sforzi di Stefano Musso, presente qui in forme (e nomi) differenti.

Seguono regole insolite, i produttori di questa musica informale e sorprendente. Ben stabilizzati nei flussi produttivi o totalmente isolazionisti, non è ai modi della cultura di massa che si ispirano. Mirano invece alla costruzione di un suono che corrisponde più ad un sentimento arcaico che impressionista, di certo niente affatto moderno, o futuribile. Un sentimento perfettamente al passo con i tempi, invece.

E’ un artigianato fine e delicato, questo, carico di autentica umanità. Non è musica sofisticata per il gusto di esserlo, in cerca di chissà quale qualificazione di stile. Contiene invece un carattere sanguigno che potrebbe sfuggire, completamente insufficente la durata dell’opera del singolo, privo quand’è della giusta collocazione in un contesto esplicativo, quasi didattico nella sua speciale riuscita.

Ovvio che qui si infrangano le usuali modalità di ascolto, anche molto al di là dei tempi ridotti. La visione delle architetture, la modulazione linguistica dilatata e sparsa, la ripetizione straniante e sempre in fuga, sono modelli a cui la percezione ordinaria non è adatta e proprio in questo sta la forza della parabola: la ridefinizione del modo di ascolto, che richiede una configurazione di memoria potentissima e ben idratata.