La musica da camera davvero contemporanea, consapevole della propria storia come del suo autentico ruolo, non può in nessun modo prescindere dalle regole fondamentali così come ridefinite da quest’uomo. La mistica che presiede a ciascuno dei suoi lavori, tanto strutturati quanto ariosi, è così profondamente radicata nelle tradizioni da poter essere considerata universalmente utile. Perciò stesso incredibilmente innovativa.

Che il contributo non eurocentrico sia essenziale per il futuro, culturale ma anche naturale, del vecchio continente, non sarò io a doverlo dimostrare. L’Africa di Zazou è sottile nella sua presenza in questa musica complessa, sofisticata e deliziosamente leggera. La si sente nella disinvoltura priva di acredine, nella fluidità organica e libera da urgenza, nella profondissima consapevolezza della necessità di mettersi al servizio della musica, in modo discreto ed umilissimo.

Sono geografie poetiche, queste, precedenti a quel colosso della musica del futuro che è Sahara Blue, distillate da piante use all’aridità ed alla economia di mezzi, capaci di fiorire stupendamente proprio perchè arcane, rare, uniche. E pure: esse sono capaci di definire il nostro mondo futuro, che sarà leggero oppure non sarà, meglio di qualunque terrorizzante manifesto pop. Infiorescenze di un popolo che conosce bene le regole della sopravvivenza, dal quale molto presto dovremo tornare ad imparare tutto.

Buffo immaginare tutte le influenze che queste deliziose musiche contengono ed avvolgono. Staccare lo sguardo con un certo disincanto, come i francesi sanno fare così bene, dalle cose più genuinamente italiane, sembra così facile anche per chi è naturalmente vicino. L’omaggio a Morricone, così come a Rota ed anche a Trovajoli, Piccioni, Umiliani, è così gioioso che dovrebbe far riflettere almeno qualcuno, tra i popolari nostrani.