Discipline

La musica potrebbe in qualche maniera sussistere anche senza l’esistenza dell’universo.

Arthur Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”

Un’impresa indicare quanti oggetti innovativi contiene questo disco, dal punto di vista politico, etico, morale, perfino musicale. Uscito nell’ultimo periodo in cui è esistita una qualunque industria musicale degna di questo nome, in cui cioè il valore musicale fosse un valore che potesse distinguerla da una industria qualunque, nondimeno le indicazioni sulla vanità dell’intrattenimento e sulla fragilità dello spettacolo contenute qui sono da manuale.

Sempre stato difficile distinguere l’opera di Robert Fripp da quella di King Crimson, specie nelle sue intransigenti fasi di esistenza e di cessazione della stessa. L’unica costante, dall’obliquo esordio del 1969 fin quasi ai giorni nostri, è sempre stata la presenza di questo imperscutabile quanto enigmatico chitarrista. Eppure King Crimson possiede una sua propria udibile identità, percettibile attraverso un fremito tutto speciale, tanto eccentrico quanto profondamente familiare, sempre destabilizzante perchè prepotentemente in anticipo sui gusti del pubblico meno avventuroso.

Da una robusta tradizione Rock, se mai ce ne fosse stata una, con una sezione ritmica all’oscuro di nulla che sia rilevante in questa particolare dimensione, emerge la sincretica, scintillante forma sonora all’altezza della quale è facile vivere. Da una tradizione Rock che si ostina a prendere le distanze da queste commesse così profondamente impegnative e pure imprescindibili. Partire da qui per trovare una definizione di Rock è meno difficile ed improbabile di quanto sembri.

Sconfinata l’ammirazione delle falangi, nemmeno tanto estreme in realtà, della comunità di shredder meno romantici. L’inchino di fronte alla storia del gruppo è profondo e condiviso, pure se questa formazione è la meno maestosa ed imperativa che la storia ricordi. Formazione americana a metà, questo basterebbe per definirne i contorni radicalmente nuovi rispetto al passato, riflette perfettamente anche il tempo delle compromissioni pop, dell’elettronica più vaga e populista.

Robert Fripp afferma qui un modo di suonare la chitarra che non esisteva prima di lui, l’interlacciamento tipico di questa forma è realizzato da un Adrian Belew che non riusciamo più a trovare in nessun posto e da quel Tony Levin a cui molta della genìa pop dell’epoca deve molto. Se Steve Reich avesse velleità popolari, questa sarebbe la formazione da scegliere, ma queste composizioni si reggono in un contesto popolare di cui vorremmo davvero essere parte.

Difficile spiegare quanto seria ed importante sia la sottile linea continua su cui questo gruppo ha percorso la sua strada attraverso quattro decenni. Meno difficile seguirne le acrobazie mai sterili, l’esercizio di disciplina (questo il nome provvisorio di questa formazione prima di scoprirsi erede della nuova tradizione) autorevole e fermamente diretto. Facilissimo intuire oggi quanto questa vitale ed incandescente forma di nuovo metallo sia la spina dorsale di ogni ipotesi che osi definirsi Rock, adesso.

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