Certo quando sei stato nello stesso quintetto di Charlie Parker e di John Coltrane, prima di chiunque altro, puoi avere delle difficoltà a misurarti con un suono Nuovo. Lo standard qualitativo dei dischi di Miles Davis è sconvolgentemente alto, forse non soltanto per merito suo, e restare a quell’altezza mentre le decadi si avvicendavano poteva essere faticoso.

Ma dopo il primo quintetto, dopo Kind of Blue, soprattutto dopo il secondo quintetto, è qui che Miles ha davvero cambiato il mondo. Anche piacere ai giovani neri smaliziati ed arroganti degli anni sessanta non deve essere stato facile, ma era questo il punto da meditare se si voleva cessare di suonare due volte al giorno in piccoli clubs per pochi dollari. 

Nemmeno deve essere più consapevole di tanto l’influenza che queste sessioni, ispirate direttamente da Jimi Hendriyx e Sly Stone, hanno avuto su ogni singola forma di rhythm blues elettrico che sia successiva. Eppure queste fusioni di intenti e forme hanno stabilito lo standard cui ciascun produttore sufficientemente lucido e attento si è riferito da allora.

Vagamente controversa, non solo nella mia dimensione personale, la storia di questo disco. Uno dei primi dischi “jazz” (era l’epoca delle etichette obbligatorie) che ho incontrato intorno al 1976. L’ho scartato per manifesta insufficenza percettiva, restando fedele a quello che mi sembrava un corrispondente ragionevole, “Abraxas”.

Solo tre anni dopo, la tromba che avevo sentito in uno dei miei dischi favoriti di Lamonte Young acquistava nome e faccia: il mio incontro con Jon Hassell attraverso “Vernal Equinox” segnava il punto di non ritorno nell’equilibrio fra la speciale forma di Raga chiamata Blues e il suono elettronico più profondo, una autentica ossessione per me, non solo all’epoca.

Amici più preparati mi fecero sentire l’ultima facciata di “Get up with it” il disco di Miles Davis dedicato a Duke Ellington, e il cerchio finalmente riuscì a chiudersi. Come altre grandissime registrazioni riservo “Witches Brew” a momenti molto speciali della mia vita, probabilmente quelli in cui mi sento maggiormente riconoscibile per me stesso.