Io ho capito che per essere Bob Dylan uno deve avere 180 suoi propri anni di vita ben chiari nella memoria, deve aver letto e compreso Tacito, lo Zuang Zi, adoperare il Bardo Thodol come fosse The Wealth of the Nations, poi è sufficiente saper suonare due o tremila canzoni davanti a due o tremila persone e ci siamo quasi. Ma non ho intenzione di occuparmi del lavoro di Bob Dylan per il bene dell’umanità io, non posso chiarire la sua funzione antropologica per la definizione di una intera comunità transgenerazionale.

Posso occuparmi, forse, delle sessioni di registrazione che lo videro presente a New Orleans invece che a Santa Fe, al termine degli anni ottanta, insieme a Daniel Lanois, delle specialissime condizioni produttive ed ambientali in cui vennero insieme a trovarsi e contateci: una volta o l’altra lo farò. Di certo l’onda sonora che da quello speciale momento prese forma, consiste ragionevolmente di quest’oggetto disponibile nei migliori negozi (chissà, se ne avete uno fisico in mente segnalatemelo) e molto più facilmente in uno degli spazi appositi disponibili su questa rete.

Oh Mercy

Come si debba affrontare cotanta aristocratica soggezione, io non lo saprei dire. Mettersi in atteggiamento pacifico dianzi a tutta questa autorevolezza, all’immensa importanza del vecchio Zimmermann, non è proprio comodissimo per me. Ne respiro il carisma illimitato, la competenza assoluta, non posso che inchinarmi davanti alla saggezza delle sue progressioni, all’esposizione delle sue visioni, piegare la mia percezione dello spazio e del tempo al suo modo di intendere le armonie ritmiche, la sua articolazione romantica, il suo esemplare cinismo.

Poi, rimane poco della dimensione storica che insieme abbiamo abitato. E’ talmente fuori dal tempo la nostra relazione che scegliere un momento di assolutà identità è stato tanto difficile quanto rapido, mercè l’intervento provvidenziale del mio fratello maggiore preferito: Daniel Lanois da Hamilton, Ontario, figlio creolo di ascendenza francofona, mite agnello della tradizione Gospel più sacramentale, artefice delle ombrosità più sexy che mai siano state incise su un oggetto rotondo e girevole. Ah, quante parole per dire della mia impotenza, della mia incapacità ad intendere il Verbo.

Il Dylan che tutti crediamo di conoscere appare facilmente come scontroso ed umbratile. Niente di più facilmente comprensibile: inenarrabili sono le pressioni ricevute, troppe le adulazioni, per nulla più leggere delle critiche, troppa la letteratura mitologica. Troppo per una persona sola, anche quando questa persona sia inventata, manipolata da pubblicisti senza scrupoli nè futuro, pompata e tradita dal pubblico ludibrio. Negli anni novanta il nostro amato cantante si è defilato, fornendo poche spiegazioni e alcuni dischi bellissimi. A differenza del ventennio (?!) precedente, una certa qualità intima, non spettacolare, è riapparsa.

Tutti questi elementi ce lo rendono più amabile che mai, come rockstar rottamata e pure come letterato cresimato. Le novità ci sono: la purezza essenziale degli arrangiamenti viene per prima, anche se vi assicuro: nulla di purista ha mai conquistato il mio cuore. Per secondo c’è un lirismo soffuso, tanto meno ruvido degli altri momenti migliori (Blonde on Blonde, Blood on the Tracks) e così tanto insinuante, fascinoso, utile. Terza la qualità della voce, pregna di un abbandono procurato dall’età, da una nuovissima intelligenza, il segno di un tempo finalmente migliore.