Hejira

somewhere i have never travelled, gladly beyond
any experience,your eyes have their silence:
in your most frail gesture are things which enclose me,
or which i cannot touch because they are too near

From Complete Poems: 1904-1962 by E. E. Cummings

Joan Anderson è nata in una speciale dimensione, nella quale gli inverni sono lunghissimi e le estati brevi e gloriose. In quel luogo ha appreso le dolcezze della nostra lingua, la tecnica di rappresentazione della chiarezza, la forza necessaria per esprimere a viva voce la gioia di comprendere, il dolore del non poter accettare. Inaspettatamente diretta a sud nome e destinazione sono mutati, l’innocenza perduta ha generato consenso e venerazione, noi abbiamo riconosciuto Joni Mitchell.

In questo disco, nato dopo il primo periodo di ambientazione nel paese più complicato del mondo, una Joni più matura e stabile ci si porge. L’apologia del viaggio come scoperta di sé, nella tradizione del chautaqua, sulle vie dei canti. Indescrivibilmente funzionale alla meditazione in movimento, come una commedia erotica e celeste che ci guida attraverso altri mondi. Per Joni un punto fermo nella sua storia, perfettamente stabile e centrale all’interno della sua avventura più radicale.

Joni Mitchell Live

Un vero lavoro nella tradizione americana in fondo, specie per come è percepita qui da noi, ci diede indicazioni e promesse sull’intero futuro della musica (e della composizione poetica). Per me personalmente fu la definizione cristallizzata, per sempre, di come si debbano scrivere canzoni, che sono gioielli nel cielo di un musicista. Come se Amelia Earhart, Georgia O’Keefe e Greta Garbo potessero essere interessate allo stesso soggetto, allo stesso progetto.

Il frutto di un’America che credevamo di conoscere, destinata a sprofondare, poco dopo, nella miserabile convenzione reaganiana, quando per i grandi artisti di questo paese ci sarebbe stata solo un’eroica resistenza. La coltivazione della lezione di Joni ha molto a che vedere con la definizione stessa di musica popolare, il nostro massimo comune denominatore. Forse dobbiamo a lei l’incoraggiamento formale a chieder di più a noi stessi in termini di linguaggio comune.

Praire Girl

Joni Mitchell ha lasciato un segno profondo nel nostro modo di sentire, di immaginare il futuro e di comporne la descrizione. Se da parte nostra dovremmo limitarci a chiedere agli artisti soltanto cosa vedono, a mostrarcelo in modo comprensibile per noi, a rendere l’immagine chiara e forte, Joni ha fatto molto di più: ci ha mostrato quanto quel che è davanti ai nostri occhi sia profondamente accettabile, tanto lirico quanto naturale, tanto sofisticato quanto vibrante, sensuale quanto sacro.

Molte altre cose ancora, che ora sembrano ovvie, non c’erano prima di lei, chiedetelo a tutte le ragazze che han preso in mano una chitarra per la prima volta negli anni ottanta, ma chiedetelo anche a Prince, a Sting, quanto l’uso della libertà vera, sul palco come nella più privata delle sfere, sia migliorato, compreso e goduto grazie a lei. La nostra tradizione è forse completamente nuova, se lo è lo dobbiamo ai nostri nuovi profeti, che non possono essere che femmine, adesso.