Comprendo che questo è l’ultimo passo prima che io, sciocco raconteur delle lande desolate, mi decida che so, a dire della mia casuale attenzione per il Paradiso Perduto di Milton, per il Faust di Goethe. Lo so, lo so, mi sto allargando in un campo talmente infido da far sembrare me stesso un poco sciocco, e magari ridicolo. Mettiamola così: davanti alle vere star della cultura moderna io non so mai come mettermi. Posso tenere il timone navigando a vista negli arcipelaghi speciali della musica da camera da letto, nel senso di lì composta e registrata, posso considerare l’arte di governare un piccolo studio di registrazione, ai fini della costruzione immaginaria di un ambiente ignoto. Ma della produzione delle opere maggiori della nostra civiltà, io, che ne so?

Così devo assumere una disposizione autoterapeutica: affrontare una soggezione ingestibile nella mia relazione con i veri poeti ed i veri musicisti, assumermi il carico della mia inadeguatezza ed incompetenza, poi mi allargo, so che avrete pietà, siamo tra amici in fondo. Probabilmente posso finalizzare tutto questo in un luogo adatto a riconsiderare momenti storici e tecnici della psicoacustica magnetica, della autopoiesi nello studio di registrazione, della teoria e pratica della produzione discografica nella storia del dopoguerra, ma che altro posso io?

Posso tentare di farvi gustare un cibo inenarrabile, ecco quanto. Descrivendo antitesi e circostanze miro alla ricostruzione infinita dell’atto, alla sua perpetuazione in un ascolto che sia mobile, vibratile, imperituro come il codice adoperato per raggiungerci. Mi occupo tutto il giorno da un grande numero di anni di percepire ogni più sottile tremito nella rete discografica, ogni moto di dolcezza e accettazione compiuto da artisti a cui non si riconosce mai tutto abbastanza, gente che ha speso i propri patrimoni per farci sentire ciò che han sentito, vedere ciò che han visto, privilegiati interpreti di una marea informativa non ancora decodificata da tutti. Mi occupo qui di indicarne peculiarità distributive, modalità di confezione che così tanto contribuiscono al senso finale della frase da essere confondibili con l’azione artistica primaria quanto con quella ultima, la nostra.