Miles Davis in Bitches Brew, quarant’anni fa, ha reso note le coordinate, le rotte ed i riferimenti per chiunque volesse intraprendere il viaggio verso il futuro. Ne ha definito le strutture, affidandone la esecuzione a personaggi di competenza mescolata, di capacita’ variabile, come si trovano in qualunque mondo in formazione. Miles ha organizzato un suono amalgamato, duttile, efficientissimo. Comprendendo ogni istanza afroamericana, e pure ciascuna delle proposte di Darmstadt, ne ha tratto pratiche ideali che ha trasmesso, in una affermazione sul campo, alle menti migliori della generazione successiva alla sua.

Ancora oggi e’ difficile stabilire quanto vasta sia stata la lungimiranza e la chiarezza di quel progetto, sostenuto e prodotto grazie ad una serie impressionante di coincidenze e nel quale erano davvero riunite le forze migliori. Tono e qualità di riferimento per i cinquant’anni seguenti hanno preso consistenza e spinta, affacciandosi al raga con una qualificatissima tecnica blues, al suono sintetico con la prestanza timbrica di Jimi hendrix, con quella ritmica di Sly Stone, così quanto con quella sofisticatissima di Duke Ellington.

La dimensione attuale di quel suono si trova ovunque: qui c’e’ il meglio, la definizione comprensiva, come in un manuale ad uso dei navigatori qualificati, quelli ancora capaci di trovare le tracce, di identificarne la forma, l’essenza, il valore. Anche la semplice idea della perfezione timbrica si perpetua grazie all’accuratezza di questo progetto che ha un respiro ancora più ampio dei precedenti, in più qui abbiamo il risultato di una lussuosissima ambientazione di studio, organizzata dal migliore dei discografici.

Ed e’ un’opera poeticamente molto qualificata, questa. Vi si intravedono le abitazioni, il cibo, le corrispondenze fonetiche del futuro. Cio’ che ci occorre per rifondare la speranza: la tecnologia bassa e praticabile, l’economia di mezzi, la finezza calligrafica, l’Africa. Tutti questi imprescindibili elementi sono riuniti in questo suono tanto reale quanto magico. Ne traiamo una consapevolezza urgente, come una dotazione per affrontare l’apocalisse, quella in cui il suono soltanto rimarrà reale. Quella per cui ci stiamo preparando con costanza e dedizione, in queste povere pagine.