Ogni definizione di “musica classica” è discriminatoria. La musica, prodotta e realizzata, diventa classica per consenso, per acclamazione quasi. Sua unica prerogativa è venir eseguita, al di là dei tempi e degli spazi che le sono proprii, in una perpetuzione che la pone in un luogo speciale.

Nessuno stile, e mi permetto una digressione sulla parola, è “classico”. Lo stile è l’insieme dei dispositivi formali, delle architetture strutturali ed estetiche che si raccolgono intorno ad una idea, che può essere potenziale o estesamente realizzata, portante.

Le categorie merceologiche pretendono di occuparsi di stili, di riferirsi a questi. In realtà ogni suggestione di comodo è ingannevole e refrattaria, ogni trucco di semplificazione inopportuno ed ingannevole.

Questo è uno di quegli oggetti che non si poggiano direttamente su di uno stile consueto. Non si organizzano per soddisfare un bisogno di mercato, non si usano, qui, le tracce fornite dalle definizioni di target, nessuna etichetta o rozzo travestimento. La musica si svolge qui nel modo che le è naturale, attraverso voci , tratti e sottolineature, delicate e pronte a spezzarsi, al di fuori di semplici consuetudini e vane ipocrisie.

Ci si consegna ad un mondo evanescente, quando si pubblica un’opera come questa. Ci si affida alla provvidenza affinchè questo suono rarefatto e celeste trovi orecchie, menti, corpi. Un suono emesso lentamente, rotondo e soffice. Il nuovo mondo emerge così dal silenzio, attraverso il sogno: noi possiamo ascoltare.