Per me Laurie Anderson rappresenta davvero l’ingresso in una età adulta accettabile, serena e praticabile. L’ordine intellettuale applicato a movenze funky, pregne di humour quanto basta per rendere sopportabile ogni spasmo cerebrale, ogni musica difficile. Costei incarna la perfetta insegnante, l’indispensabile commentatrice antropologica, l’ideale istrione da palco, con buona pace di ogni mio impulso giovanilista.

Quella di Laurie è una specie di geografia, emotiva quanto semantica, è il lavoro di un geometra che intenda dare un limite al processo onirico, lei è la tenutaria dell’archivio segreto delle mie ossessioni topografiche. Come e più di Joni Mitchell mi ha permesso evasioni romantiche nei deserti globali, Come e più di Bob Dylan ha giustificato la mia sufficienza intellettuale fornendola di connotati linguistici.

Più di ogni altra cosa, Laurie Anderson ci ha procurato uno spazio vuoto, appena segnato dalle sue melodie angolari, sporgenti ed ossute, in cui visualizzare il nostro dispositivo verbale che grazie a lei sappiamo essere virale. Ci ha fornito i pieghevoli su cui organizzare il nostro viaggio futuribile dentro a strutture immateriali, mobilissime ed intelligenti. Ci ha dato il senso, insomma, di un mondo veramente nuovo.

Pare non avere fine, come non ha limiti, la sua capacità di rinnovamento. Di influenza sui media, di definizione strutturale sia letteraria che visiva, che musicale. Quel che è superato da lei non ci da più nessun brivido, nessuna voglia di ritornare a vedere vecchi film consunti che ci procurino i singulti della nostra giovinezza, delle nostre mancate frustrazioni.