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Penso a quelle nuvole, serene e misurate, che affollavano il suo ultimo disco, visto e comprato di passaggio a Parigi, così perchè mi pareva di volere un ricordo, quando penso a Jacques Brel. Penso a quell’incredibile e sereno dolore, ad un uomo più giovane di me che si preparava a lasciare una vita ormai insopportabile ma anche amatissima. A quella insuperabile lacerazione.

Pure, non riesco ad evitare la sincera risata che il suo buffissimo passo del gallo, su una spiaggia tropicale nel film “L’aventure, c’est l’aventure”, provocò in me alla prima visione. Per me questo inarrivabile belga rappresenta il meglio del mondo antico, lo incarna perfettamente nelle sue finezze melanconiche e dense del senso di futilità che Simenon, o Antonioni, mi ispirano.

Ma il mio amore per la sua opera (discografica) non ha limiti. Probabilmente i dischi registrati dal vivo, all’olympia, sono gli unici di quel genere che riescano a commuovermi davvero. C’è qualcosa di extra culturale, molto più adatto al senso del gusto, o dell’odorato, in quest’opera destinata ad un pubblico sconosciuto, incomprensibile per me, qualcosa che mi appartiene e che è sinonimo di Jacques Brel.

Nei tre piccoli ritratti sentimentali che mi voglio concedere, quest’uomo occupa il posto riservato ai padri, agli antenati da cui ci si accommiata con soggezione e capo chino, rinculando verso la porta. Mai nella vita sono stato capace di colmare il tempo che ho mancato di condividere con lui, ritirato e scostante ben prima che la mia coscienza adulta emerga. Mi rimane qualche piccolo filmato, ed una raccolta di dischetti.