Prima di tutto esiste una logica Jazz. Ora, cosa ci si voglia ricondurre a questa mentalità, a questo modo di intendere il mondo e l’azione umana, è affare del singolo fino a un certo punto.

Jazz è lo scombinamento delle categorie falsamente “classiche” e comunque garantite che finiscono per essere solo materiale da vendere, anche senza rispetto per i veri tratti della musicalità. Inoltre Miles, e Jarrett, ci hanno dato indicazioni precise sul futuro di questa logica che da allora è imprescindibile, nella figurazione di contesti musicali.

Certo, c’è una storia che corrisponde grosso modo alla parola, e tutti amiamo Armstrong e Duke e Charlie Mingus. Ma da quando Miles ha sciolto il quintetto, chi è ancora autorizzato a scimmiottare i soli di Parker o Coltrane?

Jazz significa un’altra cosa e dopo tanti anni di promesse mancate questo lavoro mi ha colpito, oltre che divertito moltissimo, grazie anche ad un candore che non è affatto naiveté, una incompetenza niente affatto superficiale.

Qui i tratti che per me nel jazz sono essenziali sembrano esserci tutti: ciascuno dei luoghi comuni dell’intelligenza, ciascuna trappola linguistica, la purezza d’intenti, voglio dire infine. Perchè se la musica non è una definizione ed una affermazione d’intenti, che cosa è?

Cosa chiediamo ad un artista in buona fede se non di fornirci un punto di vista singolare su uno scenario plurale? Un modo inconsueto di adoperare lo spazio in cui ogni nostro singolo respiro si svolge? Cosa chiediamo se non di illuminare la parte vitale della nostra esistenza?