Documento impagabile da una epoca alla quale continuiamo a riferirci solo per sentito dire, non solo alla periferia dell’impero ma pure in qualunque angolo del suo centro. Quello che si trova, nella storia del cinema, solo negli anni trenta, si trova, nella musica pop, solo nei dischi degli anni sessanta: una energia inconsulta, per nulla mediata nè considerata, certo non alla luce di qualunque legge di mercato.

Ma questa vitalità e questa poesia non sono mai andate perdute, nella realtà. Forse non si vuole incoraggiare i giovani, forse davvero questa capacità veramente eversiva è socialmente pericolosa, io non lo so. So che i lavori come questo, che ho sempre raccolto negli scantinati polverosi, li ho conservati con cura, reliquie di un tempo reale che fu, ma che pure continua ad essere, e ne ho le prove.

Promettente duo educatamente folk, ad un certo punto Stampfel e Weber persero le staffe, reclutarono altri scompagnati (ai tamburi l’importantissimo commediografo di Wenders, Sam Shepard) e si diedero alle danze psichedeliche in voga. Certo, il faro è quello delle Mothers, dei Dead e di molti altri autorevoli esponenti di una cultura folle e sopravvalutata, ma l’originalità è degna di encomio, il suono rilevante.

E poi che diavolo: come faremmo noi poveri europei retrogradi ed impacciati senza questo potentissimo rock’n’roll che qui ancora possiede ciascuno dei requisiti fondamentali: imcompetenza, irrequietezza, sconsiderata ansia di azione, sensualità ed ambiguità. Non sono capace di limitare la ripercussione che questa impresa ha avuto nella cultura giovanile, mi pare di risentirne ovunque gli echi, nei trent’anni che sono seguiti al mio primo ascolto.