Immaginiamo la possibilità di entrare in un edificio, in uno spazio più o meno definito, progettato, inteso senza una particolare consapevolezza del suono che questo ambiente contiene in sé. Possiamo sospendere la visione per lasciare spazio al senso che più ci interessa adesso: l’udito. Chiudiamo gli occhi, mettiamoci comodi, ascoltiamo.

Forse siamo in un edificio industriale, comunque denso di tecnologia. Importanti e rumorosi motori elettrici procurano comfort ed isolamento. Forse invece si tratta solo della vibrazione umana, del brusio di attività sociali, forse tutto ciò che riusciamo a sentire è la risonanza di uno spazio ben disegnato. L’intero carattere dell’edificio, che non è mai solo visuale, viene ridefinito nel suo limite acustico, nella distribuzione dei flussi sonori più o meno equa.

Tadao Ando, Alvaro Siza, Claudio Silvestrin, stanno definendo ambienti che contengano la sacralità contemporanea, sfuggente e indefinita ma lucida ed esatta. I loro progetti, le loro visioni, vengono e devono essere realizzate tenendo conto dello spazio sonoro. I modi autorevoli e funzionanti per “ascoltare” questi progetti sono in una via di sviluppo probabilmente ancora non sufficiente. La stessa scienza fisica che regge portanze e carichi può spiegare i modi di risonanza.

Non si deve però pensare allo spazio sonoro come ad un sistema di sottrazione, la nostra mente è molto più complessa di così. Perfino il silenzio è probabilmente molto più il risultato di una attenzione e/o illusione acustica che la semplice assenza di suono. Occorre quindi costruire, riprodurre esattamente le condizioni in cui la mente non è più disturbata da influssi indesiderati: una musica ascoltabile quanto ignorabile, ma esatta.

the sound of gettin home, after rain