Quando tentiamo di immaginare noi stessi immersi in una tradizione molte trappole emergono: affidarsi ad un sistema consolidato e rassicurante significa spesso privarsi dell’elemento fondamentale per la vita, l’azzardo.

Nell’opera di Michael Brook non c’è molto spazio per la nozione rinascimentale della composizione, il suo suono emerge dall’incessante fiorire di un organismo che sembra non avere avuto inizio, ma che si trova sempre sull’orlo della fine.

I modi in cui la sua forte e vibrante presenza scenica di fronte al pubblico si svolge, sono differenti da quelli che questa piccola opera di impressionante bellezza ci mostra. In questo estesissimo esordio sono stati sostituiti da una ferma dimensione ritmica e da scintillanti, precise corde.

Queste delicate strutture si sviluppano in un contesto molto più simile a quello della coltivazione in serra, in una paziente e lentissima operazione di ricostruzione dei fiori più conosciuti, che mai sono uguali a quelli passati, perché sono il frutto dell’incessante evoluzione dell’esperienza e dell’intelligenza, che produce fiori e frutti sempre uguali, sempre differenti.