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“La varietà dei rumori è infinita. Se oggi, mentre noi possediamo forse mille macchine diverse, possiamo distinguere mille rumori diversi, domani, col moltiplicarsi di nuove macchine, potremo distinguere dieci, venti o trentamila rumori diversi, non da imitare semplicemente, ma da combinare secondo la nostra fantasia.”

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Russolo è probabilmente l’incarnazione stessa di ogni futurismo, certo più di Marinetti e Boccioni, opportunististi e voltagabbana, più prossimo a Kurt Schwitters o Tristan Tzara nel tollerare gli equivoci. La profonda disperazione di questi intellettuali, forzati a farsi una ragione dell’incedere del fragoroso macchinario industriale cui assistettero, produsse un intento acre, spigoloso e dolente di cui rimane solo una memoria molto frammentata.

“La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesirno secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Per molti secoli la vita si svolse in silenzio, o, per lo più, in sordina. I rumori più forti che interrompevano questo silenzio non erano nè intensi, né prolungati, né variati. Poiché, se trascuriamo gli eccezionali movimenti tellurici, gli uragani, le tempeste, le valanghe e le cascate, la natura è silenziosa”.

Il tentativo compiuto da Russolo di “intonare e regolare armonicamente e ritmicamente” il rumore, svoltosi parallelamente ad una intensa produzione grafica e visuale, ha prodotto risonanze durante tutto il secolo. Nei giorni nostri si può considerare compiuta la profezia secondo cui i musicisti Futuristi devono sostituire alla limitata varietà di toni disponibili all’orchestra del tempo, l’infinita varietà dei toni del rumore, riprodotta con meccanismi appropriati.

Lo studio dell’acustica applicata ai rumori, quindi, più che una qualche oziosa furia iconoclasta ignorante e fascista, fu il fulcro dell’azione di Russolo, che si impegnò, con una certa difficoltà, anche nel commento sonoro del cinema, montando congegni arditi nelle sale di proiezione a Parigi. L’aspetto generale delle sue costruzioni, collage di detriti industriali molto più che progetti artigianali, contiene il senso dell’intera azione, unica reazione sana al turbamento profondo dell’età industriale più becera.

La nuova orchestra raggiunge la più complessa e nuova delle emozioni aurali, non incorporando una successione di rumori imitanti il soggetto, ma manipolando invece l’interlacciamento di questi vari rumori ritmicamente. La varietà di rumori è indefinita. La possibilità di immaginare una intera dimensione ambientale mai esistita nello spazio nè nel tempo è illimitatamente espansa.

 La tendenza alle dissonanze più complicate, parte del tentativo di allargamento del materiale costituente lo spazio sonoro, corrisponde ad una sensibilità matura per quanto controversa. Mentre si allontana dai suoni puri e confortevoli da sala da concerto, allargandosi verso il suono della città e dell’industria, la consapevolezza mira all’integrazione, ad una accettazione catartica che produrrà conseguenze per molto tempo.