Eccoci infine di fronte al nuovo Dylan, al nuovo Springsteen, al nuovo modo di rappresentare l’ansia del viaggio, della fuga, del pentimento e della redenzione che questi poveri ragazzi americani non smettono mai di perseguire, con costanza e perfezione.

Eddie Vedder è il tipo giusto per dare suono alla meravigliosa storia di Chris McCandless, così come narrata prima da Jon Krakauer e poi da Sean Penn in un film che resterà nel nostro cuore molto a lungo.

La chitarra è asciutta e ferma, a sostenere la voce di un uomo che incarna ogni senso dell’epica trascritta, attraverso un’immaginazione ferma e responsabile, in immagini che si insinuano nel nostro cosciente, come in una memoria personale.

La noia dell’ottimismo a tutti i costi ha segnato la mia vita, deformandola in una sorta di alienazione che, per quanto in sè gioiosa e goduta, mi rende difficle partecipare al moto delle cose in atto nel mondo politico, ma anche ideologico e letterale, senza una sorta di pesante fastidio.

Perciò il giovane McCandless che, pur per nulla reietto o stomacato, si allontana sulla via del mondo selvaggio e naturale che lo porta, incrementalmente, ad entrare in una dimensione speciale, mi stimola e mi incoraggia. Così Vedder, l’atletico sostenitore del mito rock americano, mi intriga e mi stupisce, familiare bardo di una gioventù perduta.