Nell’affrontare i modi e gli stilemi che così nettamente definiscono un’atmosfera, e che così lontano mi portano a volte dalle questioni musicali più propriamente compositive, mi ricordo che il tratteggio essenziale per costruire un mondo a parte spesso è ridotto alla scrittura di una sola canzone, sufficiente in sè a portarci altrove, su due piedi, senza complicazioni.

Questo è certamente il caso di On the Beach, la breve strutturina omnicomprensiva che qui da il titolo all’intera raccolta, un gioiello atmosferico di intensità indimenticabile e portanza sonora inestinguibile. Quasi privo di una vera e propria produzione, di un contesto sonoro cioè che ponga nella giusta dimensione l’operato strumentale in oggetto. Privo anche di qualunque velleità di arrangiamento suadente e magari pretenzioso così tipico all’epoca, questo disco è esemplare.

Il nostro amato eroe, ora come allora, è un cantante ed un musicista al di sopra di qualunque sospetto, qui sostenuto da una squadretta di figure mitologiche, i cui limiti non hanno niente a che vedere con l’essenza musicale. Ma quel che ci importa, prendiamo l’occasione per rimarcarlo, è che sia una dei migliori autori di canzoni che la storia della musica occidentale moderna ricordi. Tale e tanta è la qualità in gioco che ho pensato finora che fosse inopportuno occuparmene in mezzo a questa specialissima teoria che vado descrivendo.

La riflessione di un ricco hippy sulle condizioni gravi in cui ci si viene a trovare quando un successo inaspettato ci coglie, è rilevante ed insolita. Ma è inoltre la capacità di cogliere i sentimenti più sottili e sfuggenti, con la giusta qualità di sprezzatura per il successo stesso, ciò che rende questo rustico canadese insostituibile. Non ci sono dubbi sulla grana del suo sentire, non c’è confusione nel suo dire, nè perplessità da parte nostra nel provare autentico dolore e compassione. Queste sono le condizioni che la produzione di un disco deve poter raggiungere.