Se mai ce ne fosse stato bisogno, Björk Guðmundsdóttir, (Rejkiavik, 1965-) ha dimostrato, di fronte all’appositamente riunito comitato di tutte le mie personalità, quanto io non sia niente più che l’insieme dei miei pregiudizi e delle mie fissazioni. Da quando venni esposto, non ho scuse e posso solo essere perdonato, al ciclone provocato dal suo disco di remix e versioni eccentriche (credo si chiamasse Telegraph) ho compiuto solo in parte il recupero necessario. Alcune parti di me sono perdute per sempre.

Dovete ammettere che è un po’ curioso che l’innovazione radicale, l’unica interessante, venga da questa misteriosa terra di lettori voraci, alcolizzati sereni e notti lunghissime. Una veloce revisione dell’attuale significato del termine va affrontata, pure se supportata da una porzione di carne di squalo fermentata accompagnata da generose sorsate di Brännvin, (sto raccogliendo alcuni compari per partire infatti).

Insomma, questa ragazzotta sexy-punk, cui ad occhio non avrei offerto granchè, ha reso comprensibile improvvisamente ogni integralista tipo: la buona musica è uscita solo in vinile, e mi ha fatto sentire (rimediabilmente) vecchio. Immagino sia questo che succede davanti all’innovazione vera: sappiamo davvero di non aver mai visto niente del genere. Purtroppo (notate l’insolito sentimento) nella mia vita accade troppo poco.

Sono dichiaratamente contrario alla pura registrazione di performance da palco, le considero offensivamente riduzioniste e perlopiù misere. Detto questo date un occhiata a cosa ci siamo persi, assistete alla più generosa performance corale immaginabile (solo dopo averla vista) prestate attenzione (come se fosse possibile evitarlo) ai miei amatissimi Matmos impegnati nel maggior esercizio di coolness immaginabile (come sopra). Insomma, accontentatevi, come ho fatto io, del ricordo tecnologico di una singolare performance irripetibile, sconvolgente, immensa.