Gyrgy Ligeti

Gyorgy Ligeti nasce e cresce perseguitato, censurato, sottovalutato, all’ombra protettiva e fuori dalla storia di Bela Bartok. La sua connessione con le ipotesi successive a Webern, dopo la guerra e la shoah che gli ha sterminato la famiglia, avvengono solo con la migrazione a Vienna e poi a Colonia, attraverso Budapest. Il suo ingresso all’Electronic Music Studio della Westdeutscher Rundkfunk lo espone a Karlheinz Stockhausen, alla tecnologia radiofonica ed elettronica degli anni cinquanta, alla sospensione della composizione orchestrale.

L’esposizione di massa del suo lavoro negli anni sessanta è un felice esempio della possibile pubblicazione di una affermazione primaria, metastorica, avanzatissima. Ligeti entra nella consapevolezza collettiva più di qualunque compositore suo contemporaneo: il suo suono galattico, la sua idea estesa dell’armonia diventano suoni diffusissimi, che avranno conseguenze in ogni angolo della produzione anche popolare degli anni successivi. La sua micropolifonia, agglomerato straordinariamente denso e complesso di colore e tessitura, nella quale la distinzione tra melodia, armonia e ritmo si dissolve, è il linguaggio adatto alle intricate e lucidissime immagini contemporanee.

«ho abbandonato la micropolifonia a vantaggio di una polifonia dal disegno più geometrico ed a ritmi multidimensionali. Per “multidimensionali” non intendo qualcosa di astratto, ma l’illusione acustica di una profondità spaziale, di una terza dimensione che non potrebbe esistere in maniera oggettiva in un’opera musicale che, nella nostra percezione, appare come un’immagine stereoscopica».

Da parte sua, Ligeti affronta gli anni successivi al 1970 con uno spirito meno radicale e più concentrato e trasparente, anche in senso accademico, per quanto sempre molto elusivo ed intimo. Cominciano contemporaneamente però anche le necessarie meditazioni sui micro intervalli e le deviazioni dalla scala temperata. 

«lo studio della tecnica ritmica in diverse tradizioni musicali del sud del Sahara è stato per me determinante, senza per questo che io abbia indugiato in elementi folkloristici: ho infatti combinato la mia conoscenza della notazione misurata e quelle della pulsazione ultrarapida della musica africana»

La sua presenza nella musica del XX secolo è quella di un testimone profondamente connesso con la musica tradizionale, proveniente da una scuola solida e radicata. Il suo spirito è irridente di fronte alle follie comportamentiste e teatrali degli americani. La sua tecnica raffinatissima e bilanciata difficilmente troverà successori e revisori alla stessa altezza ma il suono da lui costruito ha riempito ogni spazio della nostra esistenza. La sua capacità di mutare stile, riproducendo ironicamente anche le avventure stilistiche più ridicole, è completa ed esemplare.

«quando l’opera è ben suonata, voglio dire alla velocità richiesta e con gli accenti corretti in ogni “strato di tempo”, essa finisce ad un certo momento per “decollare” come un aereo : la complessità ritmica impedisce di distinguere ciascuna struttura elementare e crea un universo sonoro che pare volare. Questa dissoluzione di molteplici strutture elementari in una struttura globale, di natura completamente differente, è uno dei postulati fondamentali delle mie composizioni»

L’epica non narrativa di Ligeti muta, ad un certo punto, dalla sospensione statica delle nuvole di suono alla tecnica poliritmica dinamica che deriva dallo studio delle tradizioni subsahariane degli anni ottanta: «ho cominciato a costruire delle sottostrutture ritmiche e melodiche all’interno stesso di queste superfici iridate, le quali, in una trentina d’anni, mi hanno portato a delle composizioni di una poliritmicità estremamente complessa». Mai abbandona pure lo studio delle strutture armoniche: «le armonie non cambiano bruscamente, ma muoiono una dentro l’altra».