Non è affatto una meditazione sulla vita e l’opera di Scott Engel, l’uomo che abbandonò una inaccettabile vita da popstar per affrontare ciò che doveva essere fatto invece di ciò che gli veniva chiesto, questa. Questa è una meditazione sulla funzione, sul senso e sul motivo del fare musica innovativa in un qualunque futuro.

E si parla di uomini incomprensibili, troppo complessi e occupati, che del linguaggio melodico si sono fatti strumento, in un processo di definizione della realtà che è in atto. Lontano dalle esigenze del mercato di massa, dalle false comodità di una musica fintamente popolare, in un luogo oscuro che ha bisogno di sforzi continui per essere illuminato.

E’ un po’ buffo sentire David Bowie o Brian Eno parlare di Scott come di un esempio inarrivabile, ma il fatto è che certe scelte di opportunità non sono alla portata di tutti. La testimonianza di disagio e marginalità forzata appare stranamente lucida e promettente oltre che eroica, in una sorta di buon esempio per i disperati.

E’ molto raro poter ascoltare le icone pop che dicono la verità. La televisione è un luogo in cui la verità appare inopportuna, di cattivo gusto, ed è solo in alcuni illuminanti attimi che si può intuire quel che potrebbe essere se non fossimo tutti così drammaticamente manipolabili.