bobdylan.jpeg

Non è affatto strano che un uomo con la chitarra in mano canti e suoni per proprio piacere personale. I dischi dei primi bluesmen rurali trasmettono spesso questa sensazione. Era precisamente il modo in cui cantava Robert Johnson, a conferma di una storia raccontata sul suo conto: quando alcuni musicisti messicani vennero ad ascoltarlo, lui sulle prime si irriggidì, poi cominciò a cantare con il viso rivolto alla parete. Così cantava anche Van Morrison, che durante la stesura di Astral Weeks non riusciva a lavorare con nessuno, finchè non lo chiusero nello studio da solo e più tardi sovraincisero.

C’è un altro stile che nella musica leggera e nel jazz ha forse dominato tutti gli altri: il cool. Dubito che avrebbero potuto inventarlo prima che esistesse il microfono; penso a figure come Bing Crosby, Fats Waller e Duke Ellington. Usarono efficacemente il microfono Miles Davis, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Monk, Sinatra, i Beatles, Dylan, Zappa: in breve quasi tutti i grandi della fonografia, sia nella musica leggera sia nel jazz. Satie, Weill, Stockhausen, Partch e Berio. È difficile stabilire fino a che punto sia realmente una questione di musica e quanto invece di pura immagine, ma proprio in questa indissolubile fusione sta l’essenza del cool.

Tutti e tre gli stili – proiettivo, interiore e cool – possono essere intesi come risposte a uno dei paradossi del processo di registrazione: l’assenza del pubblico. Il che è poi l’altra faccia della situazione dell’ascoltatore, dove assente è invece il musicista. In generale i paradossi di chi fa dischi riflettono i paradossi di chi li ascolta: perciò le risposte degli artisti hanno importanza dal punto di vista estetico. Se fossero semplici riflessi immediati o meccanismi difensivi avrebbero una rilevanza semmai biologica, ma non estetica. L’aspetto più importante dell’arte non è come viene fatta, ma cosa fa. Ecco perché il mio punto di vista privilegiato è quello dell’ascoltatore.