Le componenti che vanno a costituire un opera come questa non sono misurabili, quantificabili, analizzabili. Se perchè una raccolta discografica diventi un classico, sia cioè assunta ad esempio imprescindibile, ci vogliono dieci anni o più probabilmente venti, per ripetere l’impatto che questo lavoro può produrre ci vogliono diversi classici. Rimango prudente, io non mi misuro con le novità troppo spregiudicatamente.

La credibilità di una qualunque opera d’arte deriva da alcuni fattori, non ultimo l’osservanza pubblica di un silenzio impressionante, udibile globalmente. Davanti alla formalizzazione del Giusto si tace, ci si inchina e si termina il chiacchericcio.

Qui le autorità coinvolte sono diverse, a cominciare da una etichetta di garanzia che sta dimostrando il suo valore proprio, con la pubblicazione continua e regolare di oggetti preziosi, non unificati da formalità di stile solamente, non soltanto dall’adesione ad un certo sentimento estetico assunto a priori.

Dimenticate il motivo per cui questo disco vi ha incuriosito: sia esso l’adesione incondizionata al tono accorato eppure mai solenne, il gusto per una elettricità americana ed onnipotente che si può trovare in un sempre minore numero di opere nuove, una certa nostalgia per l’affermazione dei diritti umani oppure una qualunque recensione entusiasta.

Immergetevi invece nel dolcissimo e potentissimo fluire della voce umana che qui è rappresentato senza tremori o viltà. Affrontate l’esibizione di coraggio temprato nel fuoco di molte generazioni, tutte presenti. Abbandonatevi alla precisione consapevole di una chitarra elettrica universalmente Americana. Lasciatevi sostenere dal ritmo come l’abbiamo sempre desiderato, quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la demenza finanziaria dei nostri miserabili, per molti altri versi, tempi.