Nel mondo delle orchestre Jazz, di fronte alle possibilità eccezzionali della registrazione fonografica, ci furono molti rifiuti.  A difesa dell’apprendistato compiuto, in fondo in termini molto classici, questi straordinari improvvisatori negarono l’opportunità del montaggio a sfavore della spontaneità.
In effetti, le orchestre compatte ed affiatate di Count Basie e di Duke Ellington erano in grado di replicare in studio ogni nuance dell’esibizione sul palco, la necessità di rifinire ai fini della ripetizione poteva sfuggire.

Kind of Blue, il grande disco di Miles Davis considerato una delle sue prime pietre miliari, consiste, secondo le note di copertina di Bill Evans, d’improvvisazioni in diretta solo minimamente organizzate da Davis e dai suoi musicisti; Evans paragonava tale “spontaneità” virtualmente “pura” a quella dei disegni a china giapponesi. Per converso, neppure i superbi musicisti di Monk avrebbero potuto realizzare alcune delle sue costruzioni falsogotiche senza ricorrere al montaggio. E nei suoi ultimi lavori lo stesso Davis, dandoci così ancora un’altra lezione di opportunità, sfrutta senza in modo eccezzionalmente creativo le tecniche di registrazione che prevedono montaggi anche estremi.

Il mondo del jazz ha un rapporto di amore e odio con i dischi, anche perché i dischi sono l’unica prova che rimane della grandezza di un musicista jazz. I dischi “legittimano” il jazz, lo archiviano nell’unica forma possibile, lo rendono documentato. Nel jazz il disco è l’opera. Nel bebop, dove il culto della spontaneità è massimo, i dischi godevano del rispetto dovuto alle opere d’arte eterne; le prove di registrazione fatte da Charlie Parker per la Savoy sono oggi apprezzate, in virtù della loro inesauribile inventiva, quanto gli studi e gli schizzi di Picasso. I dischi sono per il jazz quello che il conservatorio è per la musica classica: una scuola, una tesoreria, un archivio e un centro di gestione risorse.