Nel 1974, ascoltando Kurzwellen al chiarore della lampada a petrolio, capii che c’era qualcosa di marcio nella tradizione occidentale, chè il profondo chiarore emergente dall’opera illuminò tutti i miei anni a venire. Rovistando nei grandi cassoni di documenti del dipartimento di fonologia, qualche anno dopo, emersero alcuni nastri esemplari: uno di questi era Boat-woman-song, catalogato come allievo di Stockhausen. Nessuno dei confratelli con cui condivisi l’ascolto è vivo oggi, ma ora sono in possesso di una edizione russa del disco originale, che potete abbastanza facilmente procurarvi se siete il tipo di persona che sopporta di veder tremare le fondamenta del mondo come lo conosciamo.

Se questo disco è difficile da descrivere oggi, e lo è, come sarà stato nel 1969? Confesso di non averlo mai sentito in forma estesa prima del 1995, parte com’era della mia immaginazione leggendaria. Eppure, nonostante i racconti e le recensioni d’epoca, riuscì a stupirmi, ad impressionarmi, lo shock che tutta questa colossale capacità intuitiva genera non ha paragoni a casa mia.

Non che io mi scandalizzi per gli innumerevoli tentativi d’imitazione che il lavoro di Czukay ha prodotto, non che io mi formalizzi sulla totale mancanza di intelligenza dei promotori discografici, ma accidenti, qui davvero tutto è già stato, prepotentemente, affermato. Generazioni di compositori “elettronici”, samplers e manipolatori, investigatori del suono d’ambience, si sono poggiati su una solida tradizione qui rappresentata.

Ora che sono più maturo e vagamente uso alla pratica esoterica dell’affrontare gli archivi, mi trovo a poter divulgare, ai miei pochi e discreti visitatori, la notizia temuta: i grandi innovatori non si trovano a Yale, ad Harvard e tantomeno al MIT. Le session di comunicazione del valore transumano si sono svolte altrove, le notizie sono ancora frammentarie.