Le potenzialità del successo commerciale di Laura Nyro erano altissime al suo esordio. Capace di un compendio fra Joni Mitchell, Carole King e Martha Reeves, in termini di solidità compositiva e di arrangiamenti vocali aveva pochi rivali. Il successo arrivò in fretta, grazie ad interpretazioni leggendarie dei suoi pezzi, e i suoi dischi uscivano con la fluidità tipica dell’epoca.

L’intensità era la stessa di Joni, pur se la sua vena malinconica tendeva al nero anzichè al blue, la grazia stilistica e la gradevolezza degne di Mahalia Jackson. Una autrice ed interprete amatissima dai grandi bianchi del soul, del tutto riconoscibile nel ricco panorama degli anni settanta. Sto ancora qui a chiedermi come possa, oggi, essere stata così ampiamente negletta in Europa.

Laura compì l’imperdonabile gesto alle soglie del quale anche Joni giunse, insieme a Patti Smith e ad altri: Si ritirò, svanì completamente dalla scena. Gli anni ottanta ed i novanta videro un solo disco a decennio, riflessivi e maturi quanto privi del temperamento infuocato degli esordi. Così, a differenza di Joni abbiamo una sola immagine ben a fuoco, quella della soul singer che cammina a Broadway sottobraccio a Burt Bacharach, mentre la radio trasmette And when I die.

Ricordare la gente come Laura Nyro è bello e importante, a rivitalizzare la soddisfazione di necessità autentiche. Il suo contributo alla definizione ed al completamento della canzone americana del XX secolo è ingiustamente trascurato. Molte delle sheroes che solcano le strade lontane da Hollywood le devono la tecnica degli elaborati sguardi lanciati sul paese delle illusioni perdute.