Quando girò attorno alla luna, durante il picco massimo di attenzione del mercato, sulla grande costruzione di fluido rosa si era già posata la polvere. Queste misteriose strutture oblique contenevano un potenziale di gioia che è stato mantenuto solo in parte. La storia di questo quartetto è la storia della musica autentica in Inghilterra nel dopoguerra, cristallina e miserabile, dall’UFO a Wembley.

A risentirlo oggi una strana dolcezza mi invade, come per le promesse della gioventù, in questo caso di una gioventù potente e con un grande futuro. Non deve essere stato facile accettare la caduta, dopo questi esordi, nemmeno con il supporto delle royalties colossali, nemmeno con gli stadi osannanti.

La musica ha bisogno di questo candore, di questa licenza, di questa ansia disciplinata. Cosa ha distinto nello specifico questi anni, questa parte del mondo in questi anni, che cosa ha davvero permesso ad una solida consuetudine di accettare questa folle e vitalissima comunità di integrabili, io non lo so ancora oggi. Si fa presto a dire Timothy Leary, si fa presto a dire Harold Wilson, ma non può essere tutto qui.

Con un ridotto vocabolario blues, con le nuove macchinazioni del nastro magnetico alla portata dei bluesman, grazie all’esempio immenso dell’ultimo accordo di piano a chiusura di Sgt. Pepper, questi quattro misero insieme la mappa del nuovo mondo, forse nello studio ancora più che sul palco, del quale la memoria non ci assiste. La promessa vale ancora: vittime dell’illusionismo contemporaneo, riparate quassù.