Ha avuto vita breve il miglior gruppo rock del mondo, così come la mia attenzione per il rock classico, fra il 1969 ed il 1973. Ma quando questo disco usci, i magazzinieri di tutto il mondo erano già impegnatissimi a definire elenchi di categorie, costringendo i vocabolari dei musicisti ad una sorta di riduzionismo stilistico, ad una conformità del tutto forzata.

Noialtri accorti collezionisti sapevamo bene che era una truffa commerciale, nessuno di noi aveva dubbi sul fatto che il rock più solido non poteva che prendersi la parte più praticabile di ogni altro vocabolario, di ogni altro “stile”. La truffa, infatti, stava tutta in queste maledette definizioni di stile.

Intanto questa banda di disciplinatissimi selvaggi poteva attraversare il mondo senza alcun timore di essere confusa. Il suo pubblico transigeva i consigli per gli acquisti e si lasciava andare, in un turbine di sofisticate pulsazioni ritmiche, ad un crescendo avvolgente di scale modali e di suoni distorti a tutta velocità, così come doveva essere allora e sarebbe bene fosse ancora, qualche volta.

John McLaughlin era un uomo gentile ed il suo suono non era solo un suono “moderno”, prometteva visioni di smeraldi interiori, raccontava di gesta epiche svolte in uno studio di registrazione o su di un palco contemporaneo, vivo, esigente. Lasciarsi andare a queste fascinazioni imponeva una raffinazione sensitiva importante, da esseri in evoluzione reale.

Presto le tensioni che solo Miles sapeva contenere, fra musicisti perfettamente connessi e sintonizzati ma anche rigidi ed egocentrici, presero il sopravvento ed il povero John ne uscì piuttosto malridotto. A noi rimane la sensazione di un’altra occasione mancata per ridefinire in forma più completa un intero modo di affrontare il caos vitale, la pratica che ci occorre per evolvere normalmente.