368855230_459a8b743d.jpg

Per quanto si possa considerare accettabile e familiare la presenza del suono registrato, riproducibile a volontà, non è sempre stato così, e molte reazioni ci sono state di fronte alla riduzione, alla reificazione della musica. Anche oggi ci sono opinioni diverse di fronte alla comparazione della musica eseguita dal vivo ed alla sua riproduzione con un qualunque mezzo, anche il più sofisticato.

La registrazione è un’opportunità che è emersa di fronte ad un dispositivo la cui importanza è sottovalutata: il microfono. Se di fronte all’ascolto di Caruso, la fonte delle prime opportunità di registrare la musica, di inciderla, di distribuirla, possiamo forse sorridere per la scarsa verosimiglianza, di certo non lo facciamo più con Sinatra, la cui disposizione rilassata ed intima è possibile, con la voluminosa orchestra di Tommy Dorsey, solo grazie alla qualità del microfono.

La registrazione della musica ha cambiato la musica. In un processo di adattamento continuo alle condizioni ambientali, cui i musicisti sono preparati ed abituati, la tecnologia di ripresa e riproduzione modifica completamente l’idea di condizione ambientale. Così come al cinema, sono richieste nuove qualità agli eroi dei nuovi mondi, non più volume ma un tono molto caratteristico, non più memoria ma capacità di interpretare.

Per me, che ascolto solo musica registrata, rimane una sottile nostalgia per le mancate opportunità. Vorrei una registrazione delle sonate per violoncello di Bach approvate dall’autore, pagherei cara una registrazione dell’orchestra di macellai e ciabattini che Beethoven usava per provare. Sono invece sempre perplesso di fronte all’opportunità di ascoltare una registrazione di Hafiz Aziz Alili, il giovane muezzin che rendeva i muri dell’Abbazia di Praglia trasparenti e liquidi, che la sua voce non apparteneva a nessun tempo.