Adesso lo sanno proprio tutti che l’America di cui si parlava una volta ha commesso suicidio. John Fahey ne aveva palesato l’estrema probabilità utilizzando un suono che era quanto di più radicato, popolare, autentico si potesse immaginare. Allora non era solo, nel 1971 il paese era ancora solcato da decine di troubadour a questo livello; molti si dissolsero, non riuscendo a sopportare il delirio delle varie Reaganities alla guida. Altri si estinsero in una pacata rassegnazione come Fahey stesso.

Nella città di Takoma, WA, il clima era già allora meno salubre del desiderato e la preveggenza catastrofica era magari più banale che nella sunny California delle belle giovani e dei liceali viziati, nondimeno a leggerlo oggi questo dischetto scintillante pare davvero acuto e niente affatto vaneggiante. Il prodigio “tecnico” e virtuosistico magari distrae sulle prime, ma alla lunga è quello che ci fa tornare e riflettere meglio, accantonando per un po’ la distrazione dei contemporanei surfers.

Il nostro dolore più profondo deriva, curiosamente, proprio dal constatare l’esistenza di operine come questa, davvero pregna di luce e consapevolezza, che pure giacciono dimenticate come l’arca dell’alleanza, in qualche scantinato a stelle e strisce. Non temete, posso dotarvi dell’indirizzo di fornitori clandestini, che vivono nel mondo post Bushit già da tempo, e che resistono in silenzio. Non fatevi beccare dai servizi segreti, ma procuratevi anche gli altri episodi.

Ora, queste nuove generazioni intossicate hanno una fame autentica per il suono mitologico che ivi risiede. Non è difficile da capire che il suicidio di una nazione lasci molti orfani, anche e forse di più al di fuori dei propri confini, dove ancora di più la mitologia imperiale aveva attecchito. Facciamo un accordo: America sia il luogo in cui vanno ricostruite le istanza costitutive di una umanità solidale, ironica e consapevole di essere contingente, magari adolescenziale ma piena di speranze e di ansia ricreativa.