La natura di Jan Garbarek è volatile, non importa su quale paesaggio tracci la rotta, che sempre elegante e pieno di grazia è il suo volo. Qui però ha deciso di disegnarsi l’ambiente da solo, in ogni minimo dettaglio, e nessun volo è stato più fruttuoso, e preciso e trascendentale. E’ un’estetica algida la sua, godibilissima nei nostri infuocati climi, che ha il potere di condizionare l’aria meglio di qualunque apparato tecnologico. Inoltre c’è qualcosa in questo disco, mai più riaffiorata nell’opera succesiva, che è l’illustrazione di un ego appropriato.

Orgoglio e gioia di Manfred Eicher, mai abbastanza conosciuto nella sua funzione di facilitatore all’ingresso della musica nel nostro mondo spiacente, Garbarek ha un suono puro, chiaro, ascetico. La sua grande lezione, all’interno di una nuova tradizione europea, sta nella connessione con il proprio paese, con le sue forme idiosincratiche e misteriose, con la propria eredità di isolamento e di indipendenza. Sono queste le qualità che permettono di trattare da pari con gli sconvolgenti talenti Brasiliani o Asiatici (o Africani) con cui ha costruito la propria carriera di innovatore.

Devo a Garbarek molte estati, che il suo suono ha salvato per me dal calore e dal tedio. Gli devo una formale istruzione nella pratica di una melodia differente dalla per me usuale, gli devo tutte le scuse di cui il sassofono tenore ha bisogno per entrare nella mia vita. Gli devo inoltre il senso del duetto con l’immaginifico Eberhard Weber, al quale senso ha fatto raggiungere vette inaudite. In definitiva raccomando questo ascolto a tutti i vecchi avventurieri che, come me, soffrono l’estate come un necessario evento a separare la primavera e l’autunno, i quali esistono ormai solo nei nostri sogni.