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Ultimo rappresentante francese di un estetica impressionista ed aristocratica, fu virtuoso del proprio strumento, della composizione, dell’analisi che insegnò per molti anni a livello leggendario, suoi allievi furono sia Stockhausen che Boulez. Il suo sogno di una estetica non solo multimediale, ma percepibile in una confusione dei sensi, è il segno profondo del suono ambientale, pervasivo, fuori fuoco che qui vogliamo osservare.

Il suo Quatour pour la fin des temps, eseguito per la prima volta di fronte a 5000 prigionieri dei campi di concentramento nazisti nella Polonia del 1941 è l’ultimo segno, in occidente, della grande tradizione francese preraffaellita ed elegantissima. Lui stesso, immerso nell’orrore dello sterminio, si considerava di fronte alla fine di tutti i tempi. La nozione della pratica dell’arte, della propria speciale competenza, anche minima, in opposizione all’abuso e alla violenza è stata la grande lezione di questa importante composizione, ancora oggi molto eseguita.

Se Messiaen ha assimilato perfettamente la lezione di Debussy, di Satie ma anche quella di Schoemberg e Webern, è stato anche il ponte fra questa generazione e quella successiva, in cui non è più la composizione ad essere urgente, ma la creazione di atmosfere completamente nuove, legate al timbro sintetico come alle dimensioni spaziali in cui queste atmosfere prendono forma. Le onde Martenot, di concerto con il vibrafono, usate come dispositivo timbrico raffinato e magistrale, sono il tratto caratteriale di molte delle composizioni successive, aperte e luminose.

In un secolo in cui l’accademia musicale ha a disposizione una filosofia sofisticata e praticabile, a seguire un secolo in cui era sopra ogni cosa l’ideologia politica a guidare i compositori, spesso con esiti molto discutibili, Olivier Messiaen è stato il rispettabilissimo araldo di una estetica che, oltre ai naturali connotati di grazia e bellezza, poteva sostenere con fierezza e grandissima forza il primato della musica come strumento di immaginazione del mondo.