Nella relazione fra la musica e gli umani lo scopo è la commozione. Immaginiamo qui il miglior modo possibile per condividere l’intelligenza, l’esperienza, per mettere in comune il sapere, la compassione, l’amore. Questo vecchio bardo pieno di forza e potenza, di chiarezza e sentimento muove la nostra commozione come una voce dall’antichità, quando l’Armenia non era una ex repubblica sovietica ma la valle in cui risiedeva una civiltà profonda, sapiente, non una regione storica ma la casa in cui molta parte del sapere umano dell’epoca trovava rifugio.

Djivan Gasparyan insegna a suonare quello che possiamo sentire nel silenzio più profondo. Ciò di cui abbiamo bisogno è il silenzio, nel nostro apprendistato di ascoltatori, e l’esperienza di un suono che sia più utile, più educativo, più godibile del silenzio diventa cosa rara e preziosa. Il canto che smuove le montagne, che ferma i fiumi e separa i mari, questo potrebbe accaderci di ascoltare, ai margini di un mondo che potrebbe cessare senza che nessuno ci badi più di tanto.

Michael Brook, il nostro leggero ed insinuante aruspice ci conduce, procurandoci riferimenti e supporti, in questo ascolto, miracolosamente disponibile nel vostro mercato rionale. Ibridi perfettamente alla moda ne emergono, sostenuti anche dal numinoso talento di Richard Evans, tanto abile nel catturare l’evanescente suono dei due quanto a sostenerli in un accompagnamento lieve, preciso, fatto apposta. La matura struttura di produzione finanziata dagli equilibrismi pop di Peter Gabriel raggiunge qui lo scopo che ci eravamo prefissi, portare nelle nostre comode case il suono dell’eternità, che era qui quando il primo umano prestò orecchio, ci sarà quando di noi non resterà che uno solo.