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Trovo che sia molto difficile comprendere la sostanziale unità della musica composta nel secolo scorso a prescindere da tre compositori fondamentali: John Cage, Karlheinz Stockhausen e Steve Reich. Il primo che osservo è John Cage per tanti motivi, ma l’essenziale è che occorre meditare sul fatto che mai come ora la musica ha fatto così tanta fatica per entrare nel mondo: mai prima del secondo dopoguerra si poteva immaginare un mondo senza musica, senza armonia, senza ritmo.

A John Cage si rimarcava spesso che la sua non fosse musica, ottenendo altrettanto spesso indifferenza ed incomprensione la risposta era: se non pensate che sia musica chiamatela in un altro modo. Un tanto per suggerire quello che ci occorre, non risposte ma domande migliori. Ovvio che si dia per scontato di sapere che cosa sia la musica, a cosa serva e come si produca, chi sia un’autorità in materia, a chi debba essere affidata la possibilità di realizzarla.

John Cage ha discusso, insieme a pochi compagni di viaggio e davanti al mondo, se la nostra struttura gerarchica di valori, se la nostra aspettativa percettiva, se la nostra visione politica fosse lecita, accettabile, perpetuabile. Senza mai diventare un nichilista ma restando appassionato e vivace ha anche dimostrato l’esistenza di più speranze che delusioni, di un margine più ampio per la gioia che per la paura, abbandonando nel contempo standard culturali che sfioravano il ridicolo.

Per cominciare John Cage negò che la musica fosse solo comunicazione, un’idea accademica che contenta i più, affermando che lo scopo della musica fosse una mente più quieta e sobria, strumento indispensabile per ottenere un ascolto reale ed al contempo una migliore capacità di sentire la musica stessa, oltre che ogni più sottile vibrazione sonica. Affermò inoltre, insieme ad A.K. Coomaraswamy, che la responsabilità dell’artista è imitare la natura non nelle sue forme ma nel suo modus operandi.

Il silenzio non è acustico, è una mutazione della mente, una rivolta interiore. Il lavoro di John Cage è dedicato ad esso, è una esplorazione della non-intenzione, della possibilità di sospendere il progetto della volontà, di fare domande invece di fare scelte. Affrontare il pensiero orientale di D.T. Suzuki, da cui queste visioni derivano pur essendo piuttosto estreme all’epoca, e la mistura zen di humour, intransigenza e distacco cui Cage aggiunse, insieme a Duchamp, una buona dose di erotismo, fu del tutto naturale.