Forse solo il primo disco dei Beatles rappresenta così perfettamente un senso di englishness. Gli elementi qui ci sono tutti: dall’understatement allo humour più obliquo, questa orchestra rappresentava per me il modo migliore per entrare nello spirito adatto ad un incontro britannico, a cavallo dei settanta e degli ottanta, quando il paese faticava a ritrovare le sue modalità più swinging così come più trendy. Scherzo, ovviamente, e Simon Jeffes avrebbe riso con me imitando la Tatcher. E’ vero anche che, a parte il primo disco dei Beatles, io non riesco a ricordare un altro prodotto che abbia avuto un’influenza così larga, così estesa nel tempo, così profonda e meno riconosciuta. Ogni musicista che conosco conosce questa orchestra, la ama e tenta di ripescare da qualche parte i suoi lavori registrati.

Il modo migliore di prendere le distanze da ogni tentazione new age (che termine sfortunato) o world music è assicurarsi l’ascolto di questo disco che, come Steve Reich ha spiegato tante volte, è un esempio di come si debba comprendere i modi altrui, non scimmiottarli senza penetrarli. Intorno alla multiforme e variabile formazione dell’orchestra hanno potuto gravitare straordinari compositori parte della miglior intellighenzia britannica così come perfetti dilettanti. Annie Whitehead e Gavin Wright, per dire i primi, ma anche Steve Nye, hanno potuto raccogliere questo spirito e portarlo nella produzione pop, nella nuova immaginazione colta, nella pubblicità, nei commenti sonori del cinema e della televisione.

L’orchestra si spostò, nei lavori successivi, ad un grado di raffinatezza forse meno accessibile, per quanto più rotondo e completo. Lo stesso Simon Jeffes realizzò sviluppi e deviazioni interessanti e rilevanti da solo, personalmente trovo questo particolare episodio concluso nella sua perfezione. Fatevi ingannare dalla sua semplicità trompe l’oreille, dalla sua dolce e finissima ritmicità, dalla sua carica erotica così sfuggente e profonda, che raramente si trova realizzata in modo così sano ed onorevole.