
Non è una coincidenza che tutti i settori tentino di strutturarsi nel modo in cui si è organizzata l’industria dell’intrattenimento. Le industrie culturali – fra le quali quella discografica, il mercato dell’arte, la televisione e la radio – mercificano, confezionano e commerciano esperienze, non prodotti materiali o servizi; loro scopo principale è vendere un accesso temporaneo a mondi simulati e a stati emotivi alterati. Per tale ragione rappresentano un modello organizzativo ideale per una economia globale che sta effettuando una transizione dalla mercificazione di beni e servizi alla mercificazione dell’esperienza culturale.
Jeremy Rifkin The age of access 2000
Compito dell’architettura moderna è progettare ambienti e spazi, costruire luoghi e dimensioni, in cui il committente, il visitatore, il passante desiderino entrare, ogni volta che si immagina l’architettura come riduzione di standard più elevati già noti, le si toglie la sua funzione, qualche volta definitivamente. Ovvio che si deve continuare a costruire, non fosse che per necessità pratiche, ma se a Shang’Hai la decisione politica è “sostituire” ci sono mille altre Venezia in cui l’ipotesi è invece vendere l’esperienza culturale passata, sperimentata, “migliore”.
La fine dell’architettura, ma almeno il suo svilimento, la sua totale banalizzazione sta in questa valorizzazione del passato, dell’inattuale, dello storico come “migliore”. La questione non riguarda solo gli studiosi, ma ognuno di noi. Se la nostra esperienza culturale individuale viene considerata inferiore a quella di un altro, specie a quella di un morto, tutto il nostro senso dell’esistere è seriamente minacciato. La natura effimera dell’architettura viene negata dalla qualità tecnica dell’architettura stessa, i materiali che sopravvivono sono migliori di quelli che transitano, ma la qualità di uno spazio e affermata dalla qualità della vita dei suoi abitanti.
I modi ed i metodi della produzione industriale, ma anche i parossismi del turbocapitalismo, non funzionano più. Qualunque Cinese o Indiano invidioso degli standard occidentali può costruire meglio ed a miglior mercato gli arnesi meccanici ed elettronici che sono nelle nostre case, sulle nostre strade, nei nostri uffici. Se si concede che i diritti dei lavoratori sono trascurabili e si fanno i conti come si deve, è facile comprendere che le rendite industriali basate sulla produzione ad obsolescenza programmata sono destinate a svanire in tempi brevissimi, a favore delle nuove nazioni replicanti. I generi di conforto e di sviluppo, i fondamenti del nostro stile di vita, ma anche ciò che consideriamo il vanto della nostra civiltà novecentesca, sono al punto di rappresentare solo oggetti destinati al rifiuto anzichè all’evoluzione ed al raffinamento. Quella che Rifkin definisce industria dell’intrattenimento è destinata ad essere l’unica che ha un futuro di una qualunque rilevanza.
I simulacri e le simulazioni che Jean Baudrillard ha così perfettamente descritto sono l’oggetto di consumo, il prodotto ad alta resa, l’obbiettivo infine, che tutta la classe dirigente ed imprenditoriale deve osservare.Vero è pure che questa industria così come sta, tesa ad un americanismo per nulla competitivo e pionierista, sta svanendo nel nulla. Il ribollire postmoderno in cui ogni singolo fotogramma è stato riciclato e riconfezionato è ancora vivo nel culto immaginario del cinema del far east, le orchestre exotiche e lussureggianti sono pronte a rifiorire nell’erotismo della elaboratissima microcomposizione digitale, ma i soli che possono promettere la perpetuazione di un mondo occidentale vibrante e riproducibile sono gli artisti più avanzati.
Credo per esempio che fra cinquantanni ciò di cui avremo più bisogno sia la insinuante vitalità africana, credo anche che il linguaggio metamatico della nuova fisica nanotecnologica, che India Brasile e Medio Oriente stanno progettando in nostra vece, prenderà nuovi spazi. Ma la direzione, la visione da comunicare, quello che infine è il senso autentico di una qualunque civiltà ce l’hanno solo i più disciplinati ed i più estatici fra i nostri artisti. Così come le piante medicinali amazzoniche essi potranno anche estinguersi, ma è a loro che dobbiamo l’unico futuro che si sta progettando ora.
Ogni singolo compositore, in ogni tempo, ha desiderato costruire un mondo a parte, modellato sulle sue priorità, sui suoi ideali. Nel XX secolo questa tensione ha generato a volte Paesaggi Immaginari alieni e cruenti. Questi progetti forse irragionevoli e magari poco utilizzabili, ma che possiedono tutti, ugualmente, una grande vitalità e desiderio di incarnare un possibile spirito Umano, sono a nostra disposizione attraverso una rete di distribuzione di registrazioni commerciali imprevedibile ed incontrollabile. Sono davanti alle nostre orecchie, archiviati in luminescenti supporti di distribuzione.
Questi compositori hanno, quasi senza eccezzioni, considerato la registrazione dei loro lavori come una straordinaria opportunità, a completamento di una notazione insufficiente, a compensazione delle imprecisioni dell’esecuzione dal vivo, oltre che di maggiore facilità di diffusione, o di popolarità dei lavori stessi. Sono moltissimi gli esempi di probabile inconoscibilità del lavoro di compositori marginali e comunque vagamente estranei al regime del proprio tempo: per esempio l’archiviazione della qualità essenziale della composizione musicale del XX secolo, il timbro, sarebbe risultata impossibile.
Pure, non è tutto qui. Progressivamente l’influenza delle tecniche di esecuzione adatte alla registrazione definitiva hanno influenzato i modi della composizione stessa. Lo studio di registrazione è diventato strumento musicale, la dimensione verticale della composizione è materializzata nei potenti registratori multipista, quella orizzontale nelle sofisticate operazioni di rimontaggio continuo. La mallebilità tecnologica sempre più spinta ha trasformato gli oggetti musicali in materia infinitamente plasmabile e ristrutturabile, influenzando definitivamente ogni progetto acustico del futuro.
Erik Satie - Fuori dal Tempo, in ogni Tempo
Olivier Messiaen - Una Aspirazione Sinestetica
Giacinto Scelsi - Senza Nome, Senza Biografia
Edgar Varèse - Poème électronique
John Cage - Il Silenzio non è un Fenomeno Acustico
Karlheinz Stockhausen - Tutte le Realtà sono Simultanee
Steve Reich - Una Economia Democratica
Gyorgy Ligeti - Per un’Armonia Multidimensionale
Morton Feldman - Una Superficie tra le Categorie
Toru Takemitsu - La Persistenza della Memoria
Una composizione instantanea
Composizioni, e mondi popolabili
Il compositore contemporaneo rifiuta di morire
Alla Fine del Tempo
Luci nel Buio
Un Gesto Improvviso
Controversa la storia dei racconti cinematografici musicali: molti detestano la semplice riduzione di un evento musicale, altri considerano la mitologia filmica quanto quella discografica. Ci sono in effetti molti esempi del tutto differenti e riunire da qualche parte un concetto che riguardi tutti i film cosiddetti musicali è ozioso e forse anche un po’ stupido.
La nostra è una cultura visiva, la nostra esperienza come tale viene registrata visivamente, tale pertanto si trova ad essere la struttura della nostra memoria, l’arco della nostra mitologia, l’intera nostra percezione del mondo. Ovvio quindi che il supporto privilegiato per la commercializzazione di questa buffa merce discografica, abbia finito per essere sempre visuale.
Essenzialmente la cultura popolare è una cultura dell’immagine, una grande parte dell’invenzione rilevante che le popstar compiono è un’azione di costume, di teatro contestuale. Sarebbe inimmaginabile quindi che le grandi operazioni di registrazione visuali fossero secondarie. Il nostro archivio video, insomma, durerà più di quello audio.
Se Don’t Look Back di A.Pennebacker poneva tutta l’enfasi sulla realtà quotidiana di Bob Dylan in Inghilterra nel 1965, anzichè sulla costruzione di una immagine che sarebbe risultata molto più gradita ai distributori, vicecersa l’intera epopea di Woodstock possiede una dimensione molto maggiore sul documento filmato che nella realtà da qualunque punto di vista, essendo che alla fattoria di Yasgur, nell’agosto 1969, nessuno riuscì mai a sentire molto, in una varietà di posizioni fuori dal palco, a causa di un impianto di diffusione del suono del tutto inadeguato.
Di recente sono usciti più o meno ben distribuiti documentari che si possono permettere anche l’abbandono di una mitologia falsa, infantile e comunque superata. La costruzione Hollywoodiana così smaccatamente adoperata nella promozione di attori adatti, a cominciare da Elvis, bamboccione bianco che rasenta la perfezione in questo senso, per continuare fino ad ogni ordine e grado di bambole fintamente sexy finchè intoccabili, crolla senza remissione.
Registi seri e maturi si impegnano a definire in modo visuale e musicale allo stesso tempo, il carattere autentico degli autentici protagonisti del suono dei nostri giorni, artisti sfuggenti e magari eccessivamente discreti accettano di esporsi in una dimensione a loro meno congeniale per corroborare finalmente le qualità essenziali del proprio discorso musicale.
Così i nostri oggetti favoriti esaminati qui sono benedizioni illuminanti che il cielo, ed ottime squadre produttive, rilasciano. Squarci narrativi completi e definitivi a riguardo dei nostri amatissimi eroi, informazioni e punti di vista che spiegano in una sola occhiata molto più di un trattato filosofico come questo.
Yo-Yo Ma - The sound of the carceri - 1998
Nusrat Fateh Ali Khan - A voice from heaven - 2001
King Crimson - Eyes wide open - 2003
Keith Jarrett - The art of improvisation - 2005
Lisa Gerrard - Sanctuary - 2006
Bob Dylan live at the Newport Festival - 2007
Scott Walker - 30 century man - 2007
Steve Reich’s City life - 1995
Robbie Robertson - Going home 1998
Down fron the mountain - 2000
Bjork - Royal opera house 2001
Ron Fricke - Baraka - 2001
Miles electric - a different kind of blue- 2004
Tim Buckley - My fleeting house - 2007
La tecnica e la tecnologia della registrazione di un evento musicale hanno attraversato una evoluzione impegnativa e complessa, nel corso del secolo scorso. Se lo scopo iniziale era la commercializzazione di eventi popolari a fini di intrattenimento, anche questi scopi si sono evoluti, raffinati, complicati. L’oggetto registrato, che prima di divenire materiale facilmente acquistabile nei supermercati è un preziosissimo Master frutto di fatiche estenuanti, è il vero prodotto musicale del nostro tempo.
In una comune vita occidentale del XXI secolo, la quantità di musica registrata che viene udita, rispetto a quella eseguita da musicisti in carne ed ossa, è quasi totale. Al di quà delle questioni di diffusione e distribuzione della merce musicale, la registrazione non è più un pretesto ma il mezzo principale. Il master prodotto in studi di registrazione che possiedono ogni tipo di differente qualità, e che viene ad essere rappresentato in una varietà sempre maggiore di supporti tecnologici, è il nostro oggetto musicale definitivo.
Herbie Hancock - Mwandishi 1970
Pink Floyd - Atom Heart Mother 1970
Brian Eno-On Land 1982
David Sylvian & Holger Czukay - Plight and Premonition 1988
The KLF-Chill Out 1990
The Orb’s Adventure beyond the Ultraworld- 1991
Future Sound of London-Lifeforms 1994
Jimi Hendrix - Electric Ladyland 1968
Wendy Carlos - Beauty and the beast 1986
Amorphous Androgynous - Tales of Ephidrina 1993
Bill Laswell - Lost in the translation 1994
David Toop - Spirit World 1997
Fripp & Eno - The Equatorial Stars 2004
Various artists - Haunted Weather 2004
Atem - Tangerine Dream 1973
Juju Music - King Sunny Adè 1982
The Downward Spiral - Nine Inch Nails 1994
Atom Shop - Bill Nelson 1998
The Room - Harold Budd 2000
Speak for Yourself - Imogen Heap 2005
Leo Abrahams - Honeytrap 2005

La citazione delle fonti non mi è facile perchè ho scritto e riscritto riferendo sensi e pensieri di alcune autorità per me molto familiari. Questo non significa che non intenda ringraziare, oltre che riconoscere inchinandomi, per il ricco contributo di:
Franco Fabbri: soprattutto “il suono in cui viviamo” Feltrinelli 1996 ma anche “elettronica e musica” Fabbri 1984 e “l’ascolto tabù” Il Saggiatore 2005, oltre che l’importante lavoro sul palco e in studio negli anni 70 e 80 del secolo breve. Seguite la sua corrispondenza
Murray R Schafer: “The Tuning of the World” ALFRED A. KNOPF, INC. 1977, oltre che “The New Soundscape” BMI Canada 1969 e pure “Ear cleaning: Notes for an experimental music course” Berandol Music 1969
David Toop: “Ocean of Sound” Aether talk etc. Serpent’s Tail 1995, “Haunted Weather” Music Silence and Memory Serpent’s Tail 2004, e pure “Exotica” Serpent’s Tail 1999.
Evan Eisenberg: “The recording Angel- Explorations in Phonography” Mcgraw-Hill 1986 eppoi “The Ecology of Eden” Alfred a Knopf 1998.
Inoltre:
Good Vibrations: History of Record Production by Alan Parsons
Audio Culture: Readings in Modern Music by Christoph Cox
Experimental Music: Cage and Beyond (Music in the Twentieth Century) by Michael Nyman
The Ambient Century: From Mahler to Trance - The Evolution of Sound in the Electronic Age by Mark Prendergast
Oltre che un’arte oscura ed incomprensibile, la fonografia è una dimensione che sarà dimenticata. La posizione di editori e discografici, gentaglia che perlopiù ha speculato sul candore di ingenui artisti alle prime armi, facendo firmare contratti capestro alla maggioranza di loro, sarà spero, con opportune eccezioni che sto elencando, dimenticata per sempre.
Non così, sempre nella mia povera visione, per i moltissimi creativi, artisti e responsabili di produzione che credono che la fonografia si occupi di musica e non di profitti. Rimane sotto i nostri occhi la progressiva ed incrementale decadenza del corretto flusso di denaro nelle tasche di autori e musicisti, anziche’ dei loro sfruttatori.
Musicisti e Puttane hanno lo stesso destino: esporre per denaro la propria parte più intima e riservata. Nella mia esperienza limitata lo studio di registrazione è il luogo in cui possono lavorare protetti e indisturbati al meglio delle proprie potenzialità. A custodire questo patrimonio dell’umanità ci sono i Produttori di cui racconto. Artisti della tecnologia e dell’ambiente psichico che vegliano sui nostri interessi.
Rimane un pensiero sul futuro della gente di buona volontà, che potrà sempre ritrovare nei nostri archivi di appassionati ascoltatori il patrimonio registrato e ben tenuto. Rimane un pensiero sui modi adoperabili per pagare la gente giusta e permettere loro di continuare a musicare il tessuto essenziale dell’esistenza umana. Un tanto per il mio modesto contributo.




2 Commenti
Da alcuni mesi sono incatenato a questa scatoletta di plastica nera. Oggi, dopo lunghe (a volte estenuanti) peregrinazioni trovo questo altro approdo. Grazie per la scrittura limpida, scintillante. Grazie per il rigore e la profondità di pensiero e di intenti. Architettura, arte, musica, riproduzione del suono, spazio-tempo, silenzio. Sono questi, in ordine sparso e confuso, gli argomenti che mi hanno pervaso di più in questo ultimo faticosissimo tempo. Ho letto frettolosamente alcune cose, le ho condivise rapidamente, non le ho comprese appieno. La “costruzione di una cultura” richiede soprattutto tempo (e spazio). Sono arrivato ad On The Corner dopo 25 anni di ascolto di Davis (jazz in generale e musica di tradizione eurocolta. Puoi chiarirmi il riferimento all’ira in apertura di recensione? Sto ultimando uno scritto sul rapporto tra registrazione e post produzione nel jazz appena riesco lo rendo pubblico e Te lo segnalo. Keep in touch.
ho letto con interesse, soprattutto la prima parte,quella dedicata all’architettura, essendo infatti architetto io stessa. Questa affermazione non toglie che chiunque sia, anzi debba essere interessato allo spazio in cui si trova a vivere,ad abitare e separo le due cose, perchè li considero ambiti in cui ri-trarsi in modo diverso, almeno lo ritengo possibile.
Ciò che mi ha affascinato nella lettura che hai proposto è lo scardinare la materia, perchè questo tratta l’architettura, per “vendersi” come virtualità, alla fine. Tu usi proprio il verbo “VENDERE”. Ora lo riscrivo così:VE(N)DERE, che è l’arcaico cui si aggrappano le costruzioni del passato, ma anche quelle dell’oggi, non pre-sente, poichè trovo i lavori contemporanei passeggeri, legati all’effimero di una tecnologia che offre una immediatezza costruttiva, ma materiali ad elevato degrado ai quali non si pone rimedio attraverso il restauro. Ne consegue che le emozioni si possono vendere solo tempo-ranea-mente, e dunque adeguarsi a costi di mercato così mutevoli, ma anche non adeguati alle necessità che si è inteso inseminare. Il restauro come ricordo nel tempo di un tempo che non c’è più trovo che sia un’assurdità. Ha senso inserire e inseminare di memorie il pre-sente rendendo tali memorie vive per il futuro che, attraverso una serie di oggi, non ha che una sola evoluzione anch’esso: di-venire passato. Se non porterà con sè im-pronte dove si cercheranno le or-me(?) su cui muovere i passi. Tutto ciò che è, vive ora, è frutto del seme di ieri, niente è fuori da questo vincolo. Memoria da memoria, intesa come st(r)ati di e-motività, necessità di materia prima che di materi-ali. Grazie, ferni
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