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Ombre di Marco Vichi: la bellezza, la violenza, la giustizia

Firenze – Marco Vichi è uno scrittore di gialli. Falso. Marco Vichi è uno scrittore. Bravo: ecco, ora ci siamo con la definizione giusta. Il fatto che i suoi romanzi siano occasione di trame dalle tinteggiature giallo-noir, non significa che altrettanto lo sia il suo DNA di scrittore, come nell’ultimo lavoro – Ombre”, uscito a novembre 2022 per Guanda – ha senza dubbio dimostrato, superando ogni limitazione cromatica attribuitagli. Anzi, è bene imparare proprio a togliere ogni paletto che impedisca al talento dello scrittore di esprimere la profonda sensibilità, che ne è invece un punto di forza. Una caratteristica che fa di Marco Vichi un uomo “femminile”, in quanto portavoce della sofferenza di molte donne, un uomo che in “Ombre” ha raccontato lo stupro minuziosamente, a tinte così forti da provocare turbamento in chi legge, perché mentre legge assimila, vive, condivide il dolore della violenza.

In questa prospettiva, lo scrittore incarna il riferimento culturale degli atteggiamenti che si dovrebbero adottare – uomini e donne – per parlare il linguaggio di quella gentilezza che passa dal rispetto della persona e delle cose.

Ombre” è una tavolozza di contrasti, in cui le dicotomie del vivere sono pienamente rappresentate per mezzo di un’architettura narrativa che investe emotivamente il lettore rendendolo protagonista della storia insieme ai personaggi, dei quali – appunto – fa proprio ogni sentimento. Un’empatia apparentemente assurda, ma che proprio per questo si rivela vera perché: «Questo romanzo è frutto di fantasia, ma come sempre accade, la fantasia è impastata di realtà, soprattutto sentimentale», racconta la protagonista del romanzo da cui il libro origina, che insieme a quello “vero” è un succedersi di eventi dei quali ciascuno è più o meno responsabile, nei quali il caso ci mette più o meno lo zampino.

Ad anticiparne la suggestione è una copertina che con eleganza rappresenta la sintesi del contenuto: dalla cupezza del buio comincia a uscire una figura femminile, che in quel buio silenzioso era immaginata persa, ma che andrà invece a definirsi sublimando tratti non noti della sua personalità. Insieme a lei, i personaggi si muovono svelandosi al lettore ogni volta in cui la luce della verità ne illumina i tratti più intimi, frangenti in cui il romanzo diventa poesia, ossimoro delicato della realtà narrata: realtà di violenza – o, meglio, di violenze sommerse – ma allo stesso tempo di bellezza, sacrificata dalla violenza ma non al desiderio di renderle giustizia.

Gli appassionati giallo-noir potranno considerarsi comunque appagati, pur non trovando il noto l’ispettore Bordelli a sciogliere i nodi del mistero. Sarà un apprezzato editore di libri d’arte a impegnarsi per arrivare alla verità, un uomo talmente innamorato della bellezza – in ogni manifestazione si palesi – da diventarne paladino, celebrandola nelle pubblicazioni che tratta per lavoro come nel rispetto delle donne che popolano la sua vita: la moglie, le figlie, le sue dipendenti… l’amica da sempre, protagonista del romanzo.

La penna di Marco Vichi partecipa attivamente a condividere e divulgare il rispetto per la bellezza, sia questa espressa attraverso la sua amata Firenze o per mezzo di cose e persone: il senso di rispettosa considerazione per un ninnolo, per una foto, per ogni piccola cosa possa elevarsi a simbolo affettivo e significante da qualcuno. Ed è da queste piccole cose che prende vita il romanzo, appassionante perché scaturito appunto della semplice quotidianità, fatta di tanti colori. Anche delle molteplici tinteggiature con cui si colora la violenza nascosta.

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