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Dopo la Conference: bene la squadra, un po’ meno l’allenatore Opinion leader

Firenze – Se la si mette sul piano della contrapposizione tra “giochisti” e “risultatisti”, c’è poco da dire: i risultatisti hanno sempre ragione. Ma guardiamo più da vicino i giochisti. Tra loro ci sono i fondamentalisti sacchiani, quelli che giurano che alla fine gli schemi, gli equilibri, il possesso palla, l’imporre il proprio gioco pagano sempre (e hanno torto marcio, difettando anche di logica; perché chi può dire che un Allegri, quando difende con otto giocatori nella propria area e sfrutta il contropiede non sta imponendo il proprio gioco?); ma tra loro ci sono anche quelli che puntano molto sulle motivazioni e sulla creatività spensierata dei singoli per un gioco tutto attacco e impromptus, “all’inglese” (come pensano alcuni che poi vengono smentiti da un West Ham qualunque!) che io, dopo aver riflettuto sulle indiscutibili peculiarità del gioco di Italiano, voglio chiamare i “vivailparrochisti”.

Ebbene, sì. Avevo anticipato nel mio ultimo intervento su questo giornale il mio pensiero. Non l’ho voluto ribadire prima delle due finali che la Viola andava caricatissima ad affrontare per non essere menagramo; ma ora che si parla della conferma o meno di Italiano a Firenze vale la pena di tornarci sopra.

La mia tesi, che ho visto confermata in tutte le sessanta partite giocate quest’anno, è che la Fiorentina sia una buona squadra, con ottimi giocatori, con una rosa invidiabile, ma con un tecnico assolutamente inadeguato. Non dico che Italiano non abbia mostrato dei pregi; come per esempio la capacità di mantenere in forma fisica e mentalmente “sul pezzo” i circa venti giocatori che si sono alternati di partita in partita, fino a farli arrivare alle ultime due finali più freschi e dinamici dei giocatori avversari. Ma le scelte? Qualcuno ha capito, per esempio, perché ieri la Viola è partita con Kouamé e Jovic, quando i loro sostituti hanno poi mostrato di essere di gran lunga preferibili? Ma del resto in tutto l’anno nessuno ha mai capito le scelte iniziali e le sostituzioni in corso d’opera di Italiano, fatte all’insegna di un certo qualunquismo, di una logica esasperata del turn over e, durante la partita, il più delle volte in previsione della grande ammucchiata finale in attacco (alla viva il parroco, appunto!).

E il gioco? Lo schema di partenza è sempre stato il 4-3-3, negli ultimi tempi corretto in un 4-2-3-1. La difesa ha sempre giocato a quattro, con l’unico accorgimento di un rombo provato nell’ultima partita di campionato vinta contro l’Inter, che ha ottenuto l’unico risultato di togliere sicurezza (e alla fine il posto) a un già insicuro Igor. Il centrocampo affollato (troppo), con i difensori alti che dettavano un passaggio in più in uno sterile giro palla e che non hanno mai contribuito alla verticalizzazione del gioco (e allora perché non stare più prudentemente bassi e creare più spazi per gli inserimenti e la velocizzazione in costruzione?).

L’attacco, infine, ha sempre aspettato l’improvvisazione degli esterni a creare superiorità numerica, non ha mai risolto il problema della inconsistente presenza in area, è stato monotono e prevedibile nell’ostinazione a voler trovare spazi nello stretto o a insistere sui cross, quando quegli spazi stretti e le carenze nel gioco aereo dei vari Jovic, Cabral e Kouamé  lo sconsigliavano. Mai un ripensamento. Mai l’idea di una difesa a tre più bassa e compatta, che avrebbe in qualche occasione evitato il ritornello di fine partita sul bel gioco sciupato dalle “distrazioni” difensive. E soprattutto mai una strategia ad hoc per mettere in difficoltà gli avversari nei loro punti deboli.

A che serve dominare le partite quando nelle due o tre occasioni sulle ripartenze avversarie la squadra si trova regolarmente in affanno, in ritardo, con i giocatori troppo distanti per aiutarsi? La partita di ieri sera è stata emblematica e la rigiochiamo in poche parole. Le due squadre si presentavano speculari negli schemi (tutt’e due in campo con un 4-2-3-1). All’inizio hanno provato a giocare aperte e senza ostruzionismi. In un minuto, una mezza occasione per parte, tanto per saggiarsi. Poi subito la decisione di Moses di lasciare il campo alla Viola. Nota bene che i centrocampisti del West Ham, Rice, Soucek e Paquetà, sono tra i migliori della Premier, con un Rice che sul mercato vale da solo sui 100 milioni; ma Moses li ha arretrati e ha lasciato Antonio alto a impegnare (si fa per dire) i difensori centrali e Bowen e poi Fornals ad aspettare l’occasione per battere in velocità i nostri difensori scriteriatamente (e inutilmente) alti.

L’occasione c’è stata, da manuale, per una palla persa in mischia, che Paquetà ha infilato in verticale e Bowen ha sfruttato con le sue doti  di centometrista partendo sul filo del fuorigioco. Al 90simo, dopo che il West Ham aveva rischiato poco (solo per la bella azione Amrabat-Gonzalez-Cabral-Mandragora) e giocando … all’italiana! Moses la vittoria l’ha cercata e l’ha prevista nel modo sicuro in cui la poteva ottenere. Da risultatista. Italiano ha sprecato l’ennesima occasione per la sua testardaggine e per essere un giochista senza intelligenza di gioco. Un vivailparrochista, che non si sa come qualcuno possa vedere come l’erede naturale di Spalletti al Napoli, ma che io comunque e dovunque vorrei vedere lontano da Firenze!

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